La grappa di vino? Esiste già da molto tempo: chiedere conferma a Nardini coi suoi 247 anni di storia nella produzione di distillati di vinacce. Il vino del Grappa? Quello invece no, non esiste ancora. Ma c’è una novità che potrebbe costituire l’embrione di un futuro vitivinicolo anche per il Massiccio. La notizia è scaturita dalla foto postata sui social di un insolito quartetto, riunitosi qualche domenica fa a San Giovanni ai Colli Alti, sul Massiccio del Grappa.
Nell’immagine, non necessariamente in ordine di posa, si vede l’architetto Massimo Vallotto, proprietario assieme alla moglie Maria Pia Viaro della tenuta Ca’ Apollonio Heritage di Romano d’Ezzelino che oltre all’omonima struttura alberghiera e ristorativa comprende anche, tra le altre cose, l’azienda agricola biologica e cantina Ca’ da Roman coi vigneti di produzione dei vini Piwi, originati da vitigni resistenti ai funghi. Assieme a lui, completano la formazione dei “Fantastici Quattro” Luciano Favero, proprietario e storico gestore dell’Albergo San Giovanni; Marzio Zanin, allevatore e pioniere nella coltura dei vigneti resistenti e Roberto Ferracin, titolare dell’azienda olivicola bio A:Sol.
Il quartetto è immortalato nel momento del brindisi (per la cronaca: con una magnum di Ecelo I, il Metodo Classico da Souvignier Gris di Ca’ da Roman) dopo l’operazione che potrebbe tracciare le prime righe di una pagina mai scritta sul Grappa, ovvero quella della produzione del vino. Vale a dire la messa a dimora di alcune barbatelle (giovani piante) delle varietà resistenti Solaris, Bronner e Souvigner Gris su un terreno attiguo all’Albergo San Giovanni, a 1300 metri di altitudine. L’obiettivo dichiarato è quello di capire se il Grappa possa diventare anche terra di vini d’altura, sostenibili e identitari.
“Il vino del Grappa è un’idea che mi frulla nel capo dal primo giorno che ho pensato di fare una cantina insieme a Maria Pia qui a Romano d’Ezzelino”, spiega a Seven Massimo Vallotto, intervistato a Ca’ Apollonio Heritage. “Perché noi siamo proprio ai piedi del Massiccio del Grappa e ogni volta, passeggiando per la tenuta e progettando la distribuzione dei vigneti, degli orti e dei frutteti, il mio sguardo correva sempre sul Monte Grappa – aggiunge –. Il Monte Grappa è lì, maestoso, con delle radure che proprio “mi parlavano” e dicevano: “Porta in quota delle vigne, prova a vedere se riusciamo a dare una risposta ai cambiamenti climatici in atto, fai come stanno facendo i territori più intelligenti”. L’Alto Adige, ma anche la Mosella, si sta alzando perché il riscaldamento globale sta mettendo in crisi fortemente delle varietà autoctone anche storiche.”
“A parte questo, che è un esperimento tutto da capire, l’idea di portare una innovazione economica legata al turismo enogastronomico può vivacizzare il tessuto che si prende cura del Massiccio del Grappa e che è in fortissima difficoltà – continua l’albergatore e produttore vitivinicolo –. Malgari, rifugisti, gestori di locali riescono a lavorare nella stagione migliore ma poi per gran parte dell’anno sono in sofferenza. E lo si vede. Le strutture non vengono ammodernate e diventa come un ciclo un po’ vizioso, nel senso che un certo tipo di turismo non va lassù perché non trova gli standard a cui è abituato. Ma il patrimonio naturalistico è straordinario, tanto è vero che è stato nominato Riserva MaB UNESCO.”
La scelta di piantare le barbatelle a San Giovanni non è stata casuale, ma la naturale conseguenza della decisione di Luciano Favero, che gestisce con la famiglia l’omonimo Albergo, di “aprire la strada” della messa a dimora nella sua proprietà di vitigni resistenti con il supporto tecnico di Giovanni Lanza, dottore in Scienze e Tecnologie Vinicole ed Enologiche.
“Questo gesto fatto da uno dei ristoratori e albergatori storici del Massiccio del Grappa che è Luciano Favero, per me è stato veramente una grande spinta – conferma Massimo Vallotto – Io ne avevo parlato con lui oltre un anno fa, quando avevamo presentato i nostri vini Ca’ da Roman in una serata nel suo hotel. E ho visto che era rimasto colpito. Lui ha un terreno esposto in modo ideale, dove la madre coltivava l’orto e quindi è un terreno già fertile di suo. E di sua sponte, insieme a un giovane agronomo dell’Università di Padova, ha piantato alcune varietà resistenti. Un giorno mi manda un messaggio con le foto e mi dice: “Guarda, sono partito. Cosa ne dici?”. Io gli ho risposto: “Domenica arrivo e ti porto altre due barbatelle”. E così è stato.”
“Adesso dobbiamo capire se la natura premierà questo tipo di scelta, quindi facendole germogliare e crescere – chiarisce il contitolare della cantina Ca’ da Roman –. Dopodiché, sappiamo che bisogna confrontarsi con due problemi storici del Massiccio del Grappa. Uno è l’acqua: non ci sono fonti e quelle che ci sono sono minime. L’altro è l’aspetto carsico, quindi bisogna assolutamente abituare le piante a una natura siccitosa. E poi c’è anche la fauna, perché queste gemme, queste foglie e questi frutti sono golosissimi e gli ungulati sul Massiccio sono una comunità molto affollata.”
“Per ultimo, c’è il bipede semovente che è l’essere umano. E noi sappiamo che anche quello può diventare un problema – conclude l’architetto Vallotto –. Quindi l’idea non è quella di fare un grande vigneto monopolizzato da un’unica persona ma è proprio di creare, insieme a delle entità universitarie, comunali e ad altri player, una mappatura di luoghi che possono essere ideali per piantare dei piccoli vigneti e metterli in rete.”
L’idea è quindi quella di creare una rete di piccoli vigneti di montagna, coltivati con cura e con amore da diverse realtà del territorio, condividendo saperi, esperienza e visione comune. Riusciranno i nostri eroi a raggiungere l’ambizioso ma affascinante obiettivo? La risposta dipende innanzitutto dalle condizioni che permetteranno o meno al primo “Vino del Grappa” di nascere e quindi da come le pianticelle messe a dimora a San Giovanni ai Colli Alti risponderanno alle sollecitazioni del terreno, dell’altitudine, del clima e degli altri fattori ambientali per diventare, fra due o tre anni, dei vitigni. In altre parole, risponderà la natura. In Grappa veritas.