Shiva e vegeta. Sto parlando di Shiva Jabarikhatab. È il secondo artista iraniano che mi capita di incontrare in Vallata nel giro di un mese, dopo Nasser Teymourpour, autore di una mostra sulla guerra a Carpanè. Due persone accomunate dal profondo amore per il loro Paese, dal fatto di essere attivisti, dall’impegno di far conoscere il reale volto dell’Iran al di là dell’immagine che ne viene diffusa dalle notizie sui media e da un cognome per noi italiani quasi impronunciabile.
Shiva è vegeta perché dalle ferite dell’Iran riesce a far sbocciare idealmente dei fiori, nelle sue composizioni visive e delle sue poesie. Non a caso, “Feritefiorite” è il titolo della mostra temporanea delle sue opere, allestita all’ex Fornace di Solagna appositamente per Veneto Barbaro, il festival culturale itinerante organizzato dall’omonima associazione e proposto quest’anno tra i Comuni di Solagna e Valbrenta in un filo conduttore di eventi incentrato sul tema “Resistenza, ora”.
Shiva è venuta in Italia quando aveva 19 anni, nel 2017 si è laureata in arte visiva (grafica d’arte) all’Accademia di Brera di Milano, qui si è sposata e ha messo su una bella famiglia assieme al marito italiano e alla piccola figlia. Le sue prime ricerche artistiche si sono concentrate sui simboli della tradizione persiana, per poi convergere su temi sociali come la condizione della donna e i dolori della guerra.
L’evento dedicato all’artista iraniana per Veneto Barbaro all’ex Fornace di Solagna, introdotto e moderato dalla vicepresidente dell’associazione organizzatrice Camilla Baron – che è stata compagna di studi di Shiva all’Accademia di Milano –, si svolge in collaborazione con la Scuola di Politiche Oltrevia, che ha sede a Villa Angaran San Giuseppe a Bassano. E il giovane ricercatore storico Pietro Dalle Nogare, che con Oltrevia collabora, nella prima parte dell’incontro riesce a compiere la Mission: Impossible di riassumere in pochi minuti i principali accadimenti storici in Iran negli ultimi cento anni, dalla salita al potere della dinastia Pahlavi alla Rivoluzione Islamica del 1979 e alla creazione della Repubblica Islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.
Dalle Nogare alleggerisce il clima dell’excursus storico con una battuta: “Mi fa piacere parlare dell’Iran perché è il primo produttore al mondo di pistacchi, che mi piacciono molto.” “E anche di zafferano”, aggiunge Shiva, facendo subito intendere che del “vero” Iran, in realtà, noi occidentali sappiamo molto poco.
“L’Italia è la mia seconda casa, a volte anche la prima”, esordisce l’artista nel suo intervento. “In Iran il 90% della gente non fa parte del governo – aggiunge –. Lì abbiamo imparato che non sempre è la forza che vince. La vittoria, secondo noi, è la resistenza, è la pazienza. Spero che la vittoria del popolo iraniano arrivi il prima possibile, ma anche dopo la mia morte. È un popolo che non ha voce, a cui tolgono internet per cinque mesi. Da questo dolore puoi solo rinascere.”
Shiva Jabarikhatab è così: un incrocio di tristezza e di speranza per le sorti del suo Paese. Sottolinea come dell’Iran venga oggi diffusa nei media la guerra subita dall’attacco di Usa e Israele ma come invece sia totalmente ignorata la guerra civile, “che è peggio”, combattuta dal regime verso il popolo. E riguardo alla quale qui in occidente sono passate totalmente inosservate stragi di massa come quella dell’8 e 9 gennaio scorsi “quando il regime ha ucciso sulle strade 40 mila giovani che stavano manifestando” contro il blocco di internet e di ogni altra comunicazione con il mondo esterno.
“Raccontare la verità è una forma di resistenza”, rimarca l’artista iraniana che aggiunge: “I miei fiori dentro le ferite hanno la bellezza dei fiori che possono nascere soltanto col dolore”. Lo conferma la sua poesia “Ferite Fiorite”, composta appositamente per l’evento solagnese ed esposta tra le opere in mostra, che si conclude così:
“Siamo fioriti dentro la ferita. Abbiamo danzato sulla terra bruciata. Abbiamo sorriso alla vita anche quando la vita tremava. Siamo venuti per restare. Per fiorire. Per spargere profumo dove volevano lasciare solo cenere.”
Shiva, quante cose non sappiamo dell’Iran di oggi?
Sono tantissime le cose che non sapete! Se io devo raccontarti quante cose non sapete devi stare qui una settimana. Perché voi sapete meno del 10%, quello che il governo e le persone più forti vogliono che voi sappiate. Quello che sapete è un gioco, loro decidono cosa esce da questo Paese e cosa non deve uscire.
Noi vediamo tutte le sere le immagini della guerra in Iran. Ma non si parla, come hai sottolineato tu, della guerra civile, del regime contro il suo stesso popolo…
Perché il governo sa benissimo che può fare tutto quello che vuole con il suo popolo e non succede niente. Invece, visto che qui si parla di America e Israele e il mondo è contro di loro, il regime può guadagnare agli occhi del mondo stesso. Però il fatto che loro hanno la possibilità di uccidere 40 mila persone in due notti, quello non lo dicono. Quindi loro decidono e fanno passare quello che vogliono loro.
Quando parliamo dell’Iran pensiamo al petrolio e allo Stretto di Hormuz. Tu hai detto: “Voi pensate a noi come risorse economiche e non come esseri umani”.
Quando parlo coi miei amici italiani sento la fortuna e la sfortuna di essere iraniana, per me. La fortuna perché in Iran ho imparato tanto, la cultura, l’educazione diversa, ho imparato ad essere Shiva. E la sfortuna perché l’Iran è un Paese molto prezioso per il mondo per dove sta, per cosa fa, per come fa. Quindi è molto importante. Ma quando i gruppi terroristici fanno qualche casino, da dove si dice che vengono le risorse? “Dall’Iran, perché è ricco”. Questa è sfortuna, perché se tu non hai fatto nulla, anzi sei una persona che sta cercando pace, sta cercando libertà, sta cercando di dire al mondo che vi vogliamo bene e che vogliamo vivere in pace con voi, invece ti intrappolano per una cosa che non hai fatto. Quindi l’Iran è un Paese molto importante per il Medio Oriente, purtroppo. E questa importanza ci ha fregati.
Tu dici: “noi iraniani siamo soli”.
Sai com’è? È come a volte vediamo nei film. Un padre ricchissimo e i suoi figli vogliono la sua morte. È bruttissimo, vogliono solo i soldi. Noi siamo così. Il mondo ci vuole uccidere perché abbiamo delle cose da dare. Se non diamo, siamo cattivi e se diamo, comunque non ci danno niente in cambio. Quindi l’Iran è un Paese ricco, un Paese in cui lo Stretto di Hormuz può cambiare il mondo. Ma cosa mi ha dato? Uscire con una valigia quando avevo 19 anni, venire qui a imparare una nuova lingua, vedere molte persone che mi dicevano “cara, cara” e vedere anche persone che mi odiavano perché sono straniera. Quindi cosa mi ha dato questo Stretto di Hormuz? Cercare di avere una borsa di studio perché se no mi cacciano dall’Italia, cercare di avere un anno in più all’Accademia perché se no mi cacciano, trovare subito un lavoro anche se non mi piace perché se no mi cacciano. Questo Stretto di Hormuz che vale per tutto il mondo, a me fa male.
Tu sei una donna arrivata dall’Iran in Italia e ti vediamo senza velo, eccetera. E la prima cosa che magari vi dicono è: “oh, poverine quand’eravate in Iran, adesso siete felici, libere”. È un po’ uno stereotipo nei confronti di voi, donne iraniane?
Sì, perché in Iran non siamo così. Noi in Iran, a casa oppure nelle feste private, ci vestiamo bene molto più che in occidente, davanti ai nostri uomini, ai fidanzati. È fuori di casa che tutti hanno paura. La casa è un posto in cui puoi stare tranquillo ma poi quando vogliamo uscire sembra davvero che stiamo andando verso le pistole, verso i fucili. Noi siamo libere anche, in Iran, ma dentro i muri di casa. Mio marito mi ha detto una cosa interessantissima, quando è venuto in Iran. Mi ha detto: “Posso dire che l’Iran è un Paese che ha di tutto e non ha niente”. È vero. Io ci ho pensato tanto. L’Iran ha il mare, ma non puoi nuotare col costume. L’Iran ha l’alcol, ma non puoi bere al bar o in strada. L’Iran ha donne belle, ma non possono far vedere questa bellezza dove vogliono. È vero, è un Paese che ha di tutto e non ha niente. Se non hai niente, dici: “Grazie Dio, mi hai fatto così sfortunata, muoio e forse nella prossima vita mi recupero”. Ma noi abbiamo e non possiamo. E questo fa male.