“Déjà-vu”. Dal dizionario online Treccani: “sensazione illusoria di aver già visto una certa immagine o addirittura di aver già vissuto una determinata situazione”. Ma anche “che richiama alla mente cose già viste, già vissute e sperimentate”. Ecco, il mio personale déjà-vu appartene alla seconda categoria. Perché l’immagine che vedete pubblicata sopra e che ho raccolto col mio telefonino, in questi giorni di pieno svolgimento del Campionato Mondiale di Calcio di USA, Messico e Canada 2026 è la stessa e identica foto che ho scattato quattro anni fa, in occasione del Campionato del Mondo di Qatar 2022. Avrei potuto scattarla – sempre la stessa e sempre identica – anche nel 2018, l’anno dei Mondiali di Calcio in Russia, ma all’epoca non abitavo ancora a Solagna.
Fatto sta che nelle ultime tre edizioni della Coppa del Mondo FIFA , quelle in cui l’Italia è rimasta per tre volte consecutive a casa, la Croazia, il Marocco e il Senegal si sono sempre qualificate. E a Solagna, su tre case confinanti ubicate nei pressi della chiesa, il tifo e la partecipazione alle sorti delle tre squadre nazionali sono suggellati dall’esposizione sul balcone o alla finestra delle bandiere dei tre Paesi. Senegal a sinistra, bandieron della Croazia a destra e Marocco in mezzo. Nelle tre case limitrofe, ovviamente, abitano tre famiglie originarie da quelle latitudini e questo è il minimo che può capitare in concomitanza con la festa planetaria del pallone.
Ogni volta che vedo quelle tre bandiere – passando ogni giorno in quella via quando porto a spasso la mia cagnolina –, non posso che provare un senso di empatia partecipativa, conoscendo due delle tre famiglie interessate. Il Mondiale è di tutti, soprattutto di chi ha conquistato sul campo il merito di parteciparvi. Ma provo nello stesso tempo anche l’ineluttabile frustrazione di chi, come tutti quelli della mia generazione, è stato fin troppo bene abituato ad esporre sul balcone o alla finestra, come pure a sventolarlo per strada perdendo la voce per le urla di gioia, il nostro Tricolore italiano. Oggi invece, davanti al Mondiale degli altri, noi italiani non possiamo che stare alla finestra. Senza bandiere, però.
Io non appartengo alla corrente di pensiero dei disfattisti che lamentano che i ragazzini italiani di oggi “non hanno mai visto l’Italia al Mondiale”. Quei ragazzini cresceranno, la vita riserva sempre delle sorprese anche piacevoli e prima o poi (speriamo prima che poi) le loro notti mondiali si tingeranno nuovamente d’azzurro. Tuttavia, è indubbio che noi boomer innamorati del pallone abbiamo avuto il privilegio di godere di un amore corrisposto.
La mia età anagrafica è sufficiente a poter vantare con orgoglio di aver vissuto i due trionfi dell’Italia nel Mondiale 1982 in Spagna (il più indimenticabile) e nel Mondiale 2006 in Germania. Due motivi per i quali ritengo di non aver vissuto invano. Ho visto alla TV Italia-Germania 4-3 di Mexico 70 allo Stadio Azteca. E poco importa se poi in finale siamo stati asfaltati dal Brasile di Pelé: quella è stata e sarà per sempre el Partido del Siglo, la Partita del Secolo. Riva, Rivera, Boninsegna & C. Per me, degli dei in terra. Ho vissuto le “Notti Magiche” di Italia 90 con l’esplosione di Totò Schillaci e i Mondiali di USA 94 persi ai rigori contro il Brasile ma che per me basterebbero a dedicare un monumento, anzi un Altare della Patria, a Roberto Baggio. Ho visto anche dei Campionati disastrosi, come la Coppa del Mondo del 2002 in Corea e Giappone, di cui resterà negli annali quella faccia da… (il sostantivo lo aggiungete voi) dell’arbitro Moreno. Ma non si può vincere sempre o arrivare sempre fra le prime tre, ci mancherebbe.
La mia non è nostalgia, è solo realismo storico sedimentato nella memoria. Per questo motivo, quando ogni giorno passo davanti a quelle tre bandiere esposte a Solagna, da una parte mi sento vicino a quelle tre famiglie che hanno il diritto di tifare per la loro squadra nazionale che gioca al Mondiale e dall’altra rimango interdetto. Non provo invidia però, non fa parte della mia indole. Provo solo un senso di smarrimento sull’attuale e perdurante situazione del calcio italico, sperando che (sono un inguaribile ottimista) il nuovo corso della presidenza Malagò riesca a scardinare un sistema in mano alle squadre di club, a scapito della Nazionale, e ai procuratori. Ma qui mi fermo perché sto entrando in un campo minato: lascio ai milioni di Commissari Tecnici del nostro Bel Paese il compito di trovare la luce in fondo al tunnel.
A proposito: meno male che a Solagna non abitano norvegesi. In Valbrenta, sul nostro amato fiume, siamo abituati al rafting, alla canoa e kayak slalom e al Palio delle Zattere ma il “Viking Row” sarebbe decisamente troppo.

