Dopo quasi 35 anni vengono riviste le regole e le modalità per la caccia, con un disegno di legge promosso dal capogruppo di FdI Lucio Malan. 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti. Questi i numeri con cui in Senato il testo del “ddl caccia” è stato approvato il 23 giugno 2026. Il testo passa ora alla Camera.
Il clima però è andato ben oltre i numeri, con proteste accese dentro e fuori dalle aule del Parlamento.
Le opposizioni hanno ribattezzato la proposta di Malan come “sparatutto”, puntando il dito sull’allargamento delle possibilità di caccia, la sicurezza pubblica e la tutela della fauna selvatica. Fuori dalle aule ci sono stati sit-in di protesta organizzati da Legambiente, Lac, Lav, Enpa, Lipu, WWF e altre 40 associazioni.
In sintesi questo disegno di legge prevede l’estensione delle zone di caccia, con la pratica venatoria che sarà consentita anche su aree demaniali (tra cui rientrano anche le spiagge), nei parchi e nelle aree protette, lasciando però la decisione finale alle singole Regioni.
Secondo gli esponenti del governo, queste misure sono state prese per “gestire” la proliferazione della fauna selvatica, che negli ultimi anni ha danneggiato in maniera grave molte aree agricole mettendo in pericolo i raccolti, oltre a mettere in pericolo l’incolumità delle persone perché rientra tra i veicoli con cui si diffondono patologie anche gravi.
Oltre all’estensione delle zone di caccia, le Regioni potranno estendere anche i calendari venatori che potranno essere allungati anche in periodo di migrazione e nidificazione di alcune specie, oltre a consentire la pratica anche oltre il tramonto.
Ultimo punto chiave del ddl riguarda le regole più permissive per l’uso di richiami vivi e l’aumento delle specie cacciabili.
Massimo Busconi, presidente di Federcaccia, ha commentato così il voto in Senato: “Per noi l’esame del Senato rappresenta un appuntamento cruciale per rimettere la legge quadro finalmente in condizione di funzionare dopo oltre trent’anni. Aggiornare le regole significa dare risposte concrete ai cittadini, agli agricoltori, ad arginare l’emergenza economica della peste suina africana e proteggere la biodiversità attraverso una gestione scientificamente basata sulle caratteristiche dei differenti territori”.
Tra le voci discordanti ci sono però proprio quelle della comunità scientifica.
Molti esperti concordano sul parere che questo provvedimento toglie potere all’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), cioè l’ente pubblico che dà assistenza tecnica alle autorità sulle questioni ambientali. Secondo gli esperti il provvedimento rappresenta un grave arretramento del sistema di tutela della fauna costruito negli ultimi trent’anni e rischia di compromettere principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, dalle normative europee e dalle evidenze scientifiche oggi disponibili.
È entrata nel merito anche tutta la galassia dei divulgatori scientifici, tra cui il bassanese Giacomo Mauretto (biologo evoluzionista) che sul suo canale YouTube “Entropy for Life” ha pubblicato un video molto dettagliato sui cambiamenti che porta questa legge e i pericoli legati alla biodiversità.
Sul fronte politico, le opposizioni hanno assunto una posizione netta. Il Partito Democratico, con la segretaria Elly Schlein, ha parlato di testo “incostituzionale” per contrasto con l’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 tutela esplicitamente la biodiversità e gli ecosistemi, chiedendo il ritiro del provvedimento. Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra lo ha definito una “vergogna” e un “arretramento culturale”, accusando il governo di rispondere agli interessi delle lobby venatorie e armiere. Giuseppe Conte, per il Movimento 5 Stelle, ha ribadito i profili di incostituzionalità.
Anche la Commissione europea ha fatto sentire la sua voce, inviando una lettera al governo italiano mettendo in risalto alcuni punti del ddl che andrebbero contro la normativa europea: l’uso di richiami vivi, la disciplina delle aziende faunistico-venatorie, le estensioni temporali e soprattutto l’indebolimento del ruolo dell’ISPRA.
Il rischio concreto è l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Il testo del disegno di legge passa ora alla Camera dei Deputati, dove il centrodestra resta compatto ma dove non si escludono aggiustamenti per rispondere alle domande poste dall’Europa ed evitare infrazioni.

