Capo Verde è un po’ come lo Stretto di Hormuz: a meno che tu non lo sappia già, vai a vedere dov’è sulla carta geografica dopo aver letto le notizie sui giornali e guardato i telegiornali. Notizie calcistiche, nella fattispecie. La nazionale di calcio capoverdiana è stata infatti la grande ed autentica sorpresa del Mondiale FIFA 2026, oramai agli sgoccioli, proiettando a livello planetario il nome di questo arcipelago sull’Oceano Atlantico, ex colonia portoghese (il portoghese è ancora la lingua ufficiale mentre la lingua parlata è il creolo capoverdiano), indipendente dal 1975, composto da dieci isole e con poco più di 500 mila abitanti, situato a circa 500 chilometri al largo dalle coste del Senegal, nell’Africa occidentale.
Diciamo subito che Capo Verde ha staccato il biglietto per il Mondiale meritandolo sul campo nel girone di qualificazione, che ha vinto con quattro punti di distacco sul Camerun. Poi, al Campionato del Mondo, gli exploit che non ti aspetti, seppure senza vittorie: 0-0 all’esordio contro la Spagna oggi finalista, 2-2 con l’Uruguay e 0-0 con l’Arabia Saudita, conquistando uno storico posto per i sedicesimi di finale.
Infine la rocambolesca sconfitta per 3-2 con l’Argentina (oggi, finché sto scrivendo, semifinalista), per colpa di uno sfortunato autogol, dopo aver stretto alle corde la Albiceleste di Messi & C., costringendola ai supplementari. Applausi dal mondo intero: di questo Mondiale sovraffollato e infinito, Capo Verde è stata la rivelazione. E il portiere 40enne Vozinha, che quando non è fra i pali fa il dentista, dopo aver bloccato ogni tiro in porta della Spagna di Rodri e Yamal ne è diventato l’eroe.
Come purtroppo ben sappiamo, di tutto questo tourbillon iridato del pallone l’Italia è spettatrice esterna per la terza volta consecutiva. Ma c’è un italiano che proprio grazie ai calciatori in maglietta blu di Capo Verde si è goduto il Mondiale potendo anche tifare per quella che, in mancanza degli Azzurri, è stata la sua seconda squadra del cuore.
Si tratta di Ilario Baggio, noto hair stylist e make-up artist bassanese, nonché già volto conosciuto della vita pubblica in riva al Brenta. Ovvero colui il quale, tanto per intenderci, pagaiando con la sua canoa nel 2014 sotto il nostro Ponte Vecchio fu il primo ad accorgersi delle precarie condizioni statiche del cosiddetto manufatto palladiano, dando il via alla campagna “Salviamo il Ponte di Bassano”, quando il successivo e interminabile intervento di restauro del futuro Monumento Nazionale non aveva ancora emesso i suoi primi vagiti.
Da sei anni Ilario Baggio vive a Vila do Maio, capoluogo dell’isola di Maio, una delle dieci isole dell’arcipelago di Capo Verde, che lui conosceva e frequentava già da una quindicina d’anni. Spiagge, mare e uno stile di vita agli antipodi dal nostro. Assieme alla moglie Alessandra Vettorazzo vi si è trasferito dopo il Covid, dando così un taglio – lui che ha lavorato sempre di forbici sui capelli – alla vita precedente. E visto che grazie al calcio Capo Verde non è più un puntino semisconosciuto ai più sul mappamondo, colgo l’occasione per intervistarlo sul “clima” che ha respirato in loco in questi giorni di entusiasmo mondiale per la Seleção dello Stato insulare.
La distanza in linea d’aria tra l’Italia e Capo Verde è di circa 4.400 chilometri, a seconda di dove si prende l’aereo. Ma grazie a un collegamento sul computer via Google Meet, la connessione è immediata.
Ilario, innanzitutto: dopo sei anni all’isola di Maio e a Capo Verde, come si sta?
Si sta divinamente. Non ci possiamo proprio lamentare. È una vita diversa.
Io ti immagino in spiaggia, sotto il sole… Le tue giornate come trascorrono?
Come ben ricordi, qui noi facciamo volontariato. Siamo sempre al centro ICCA, che è il centro nazionale capoverdiano per la tutela dei minori e contro la violenza sui minori. Abbiamo 60 bambini che seguiamo dai 4 anni fino ai 12 anni di età. E quindi in questo centro ICCA facciamo varie cose: dalla manutenzione dello stabile a insegnare a suonare la chitarra, a giocare con gli altri bambini, a fare servizio di volontariato.
La nazionale di Capo Verde ha fatto una bellissima figura al Mondiale di Calcio. Lì come è stata vissuta questa cosa?
Devi calcolare che in tutta l’isola di Maio siamo quattromila persone. Nel capoluogo, dove abito io, siamo sulle duemila persone. Però ogni via, ma veramente ogni via, l’hanno addobbata con le bandiere, andavano via tutti con le magliette dei calciatori. È stata un’apoteosi, una festa, Per loro, hanno già vinto il Mondiale anche se sono arrivati ai sedicesimi di finale. Sono riusciti a fare un miracolo, come dicono loro.
Tutti ci aspettiamo che la nostra nazionale faccia il meglio al Campionato del Mondo. Ma a Capo Verde, sinceramente, si sperava che raggiungessero un risultato del genere?
No, assolutamente. Ricordando però, ed è incredibile, che qualsiasi persona che trovo e a cui io dico che mi chiamo Ilario Baggio, quando sente ”Baggio” parte subito a fare l’elenco dei calciatori più famosi della nazionale italiana. Quindi loro conoscono perfettamente e amano il calcio, però direi che in tutta l’Africa c’è questa tendenza di amare il calcio come forma di aggregazione. Per loro i calciatori di Capo Verde sono veramente degli eroi.
Ma a Capo Verde il calcio “si vede”? Cioè ci sono i bambini che giocano a pallone sulla spiaggia o cose del genere?
Continuamente. Tante volte gli allenamenti vengono fatti appositamente in spiaggia perché è un posto dove possono rafforzare ancora di più il loro corpo. Quindi a livello atletico sono molto, molto preparati. A livello tecnico, se dobbiamo parlare di calcio, la cosa è un po’ diversa.
Ma noi che stiamo cercando qui in Italia di rinascere calcisticamente, cosa possiamo imparare, se c’è qualcosa da imparare, da Capo Verde?
Direi che prima di tutto servirebbe laurearsi in tranquillità e in umiltà. Loro sono umili, non lo fanno per i soldi, lo fanno per amore del calcio e per amore nazionale. Perché qui tutti conoscono perfettamente l’inno nazionale, lo sanno a memoria. Forse noi un po’ meno, tante volte.
Per concludere: ma un po’ di nostalgia per Bassano del Grappa c’è oppure no?
Quella rimarrà sempre. Perché il cuore rimane sempre a Bassano e devo dire, nel mio caso, sotto il Ponte Vecchio. Quindi una “canoata” la farei, volentieri.

