“E se il problema non fosse l’AI, ma quello che stiamo smettendo di imparare?”. È una domanda che contiene già la risposta. Anche perché “milioni di professionisti, ogni giorno, delegano all’Intelligenza Artificiale decisioni che non verificano, output che non capiscono, risposte che sembrano giuste e non lo sono”. E tutto questo “non per pigrizia” ma “per fiducia mal riposta”.
Le frasi che ho citato virgolettate sono stampate sulla retrocopertina de Il Codice Etico, saggio fresco di stampa sui rischi di un utilizzo non consapevole dell’AI, scritto da Samuele Renati. Renati, padovano, laureato in Informatica all’Università di Padova, è un programmatore, è consulente di grandi aziende (ma grandi veramente) per la programmazione di software ed è diventato un esperto “sul campo” di Intelligenza Artificiale. Inevitabile, visto che oramai anche il suo lavoro deve costantemente confrontarsi con il nuovo Grande Fratello che ha invaso la nostra vita quotidiana. Va però subito detto, come pure specificato sulla quarta di copertina, che Il Codice Etico “non è un libro contro l’AI” ma “un libro su cosa significa saper fare in un’epoca in cui sembrar fare è diventato facile per tutti”.
Sono i presupposti attorno ai quali ruota la serata di presentazione del saggio, con l’intervento dell’autore, al Palazzo delle Competenze, l’hub formativo e degli “incontri di idee” di via Angarano a Bassano del Grappa. Stimolato dalle sagaci domande di Andrea Moretto, formatore del Palazzo delle Competenze e brillante conduttore degli eventi che vi si svolgono, Renati risponde a ruota libera sui rischi di un utilizzo non consapevole dell’Intelligenza Artificiale, da troppe persone erroneamente considerata come un’entità a cui delegare, con il prompt che appare più adeguato, tutte le soluzioni a tutti i progetti da realizzare nel mondo del lavoro, e per restare solo a quello. Il problema è quanto spazio rimane ancora per la competenza, per l’esperienza e per la creatività umana. In altre parole, riferendoci all’AI, che cosa rimane di “noi” rispetto a “lei”.
Renati chiarisce innanzitutto che così è l’AI: “È uno strumento statistico che dà le risposte statisticamente più probabili alle domande che gli facciamo. E per farlo, certe volte inventa.” Laddove cioè la statistica presenta dei “vuoti”, l’AI può “riempirli” inserendo dati non veritieri ma che ritiene probabili rispetto al resto delle informazioni in suo possesso. Bugia e verità sullo stesso piano, non avendo l’AI il discernimento per distinguerle.
È il caso di quanto accaduto allo stesso autore del saggio, che in fase di correzione dei propri dati biografici da inserire nel testo da pubblicare si è rivolto all’AI. E l’AI si è inventata un titolo di specializzazione in Svizzera che Renati non ha conseguito ma che era “statisticamente compatibile” con il suo curriculum. Ovviamente l’autore ha rimosso la falsa notizia generata dall’algoritmo nella sua scheda biografica, ma la cita come esempio della necessità di non fidarsi mai ciecamente di ciò che viene prodotto dal software “intelligente”.
Il relatore comunque non ha dubbi: “Quella dell’AI è una rivoluzione molto diversa da tutte le altre, che hanno avuto sempre tempistiche molto lunghe, e che sta correndo molto più velocemente rispetto alla capacità di assimilare la rivoluzione stessa.” Uno sconvolgimento che sta travolgendo molte professioni a cui si sta sostituendo sempre di più: medici che raccontano all’autore “di specializzandi che consultano ChatGPT prima di visitare un paziente”, articoli giornalistici “scritti da AI e pubblicati senza che nessuno verifichi i fatti”, praticanti legali che “producono pareri incollando output di modelli linguistici in template professionali”. Il modello operativo, come si legge ne Il Codice Etico, è sempre lo stesso: “Uno strumento potentissimo finisce nelle mani di chi non ha ancora la competenza per valutarne l’output e il risultato è un lavoro che sembra professionale ma non lo è.”
“L’errore è utilizzare l’AI delegandole il pensiero unico – afferma Samuele Renati al Palazzo delle Competenze –. L’etica nel suo utilizzo è quella di non sostituire interamente l’essere umano, perché diventa molto pericoloso nei risultati soprattutto per le aziende. L’AI riesce a produrre molto di più di quello che riusciamo a capire ed è un amplificatore: data in mani capaci, amplifica di molto le competenze. Lasciata da sola o data in mano all’incompetenza, amplifica anche quella.” Ovvero, come rimarcato all’incontro: “L’AI moltiplica chi sa. Azzera chi si fida senza capire.”
Il discorso si sposta quindi sulle nuove generazioni, che stanno crescendo con l’Intelligenza Artificiale e che con lei trascorreranno tutta la vita. Nel mondo del lavoro di oggi – e figuriamoci in quello di domani – con il prompt giusto richiesto all’AI si può fare di tutto e progettare in un attimo qualsiasi cosa. “I giovani di oggi saranno i senior di domani, chiamati in azienda a svolgere la fase di controllo e di programmazione – evidenzia Renati –. Ma iniziando direttamente con l’AI, perdono la capacità di sbattere con la testa per risolvere un problema. Lavorare senza AI oggi è una cosa che non vedo fattibile ma si genera un debito di conoscenza in prospettiva futura.”
Attenzione però a non prendere l’AI per oro colato o per la verità assoluta: “Non è altro che lo specchio dei dati che sono stati utilizzati per addestrarla.” E sempre parlando di giovani e Intelligenza Artificiale, rimane in sospeso la questione della scuola. “La scuola non riesce a progredire come la tecnologia – sottolinea l’autore del saggio –. E adesso che la velocità della tecnologia è aumentata, stiamo promuovendo ChatGPT oppure il pensiero delle persone? Non si va a spiegare bene come utilizzare e gestire questo strumento, e questo diventa molto pericoloso. Si rischia che passi il messaggio dell’Intelligenza Artificiale non come strumento ma come sostituto del lavoro delle persone. Non si tornerà più indietro, ma se gestita bene l’AI diventa secondo me uno strumento informativo eccezionale.”
Prima delle domande del pubblico all’interessante incontro al Palazzo delle Competenze, Andrea Moretto conclude il suo dialogo con Samuele Renati chiedendogli a bruciapelo: “Cosa ti spaventa?”. “Il modo in cui l’AI cambierà il nostro modo di lavorare – risponde l’ospite della serata –. Ci sarà lo sforzo di tante persone per crearsi qualcosa di diverso. E in molti si reinventeranno per fare i supervisori dell’Intelligenza Artificiale.”
Molto triste e per certi versi anche molto inquietante. Ma realistico.


