Devo confessarvi una cosa. Vado al concerto in Parco Ragazzi del’99 di Rod Stewart, la rockstar 81enne di origine scozzese, dopo aver fatto i debiti scongiuri. Non per le condizioni meteo, però: diversamente dal concerto dell’anno scorso di Sting, annullato per il maltempo, il cielo è sereno. Anzi, serenissimo.
Il fatto è che la rassegna stampa su Rod Stewart di questo ultimo mese che ha preceduto il suo arrivo al Bassano Music Park, per l’unica data italiana del suo tour mondiale, non è stata tra le più confortanti. Lo scorso 12 giugno l’artista ha annullato un concerto a Chula Vista, in California, a causa di una laringite. Salvo poi volare il giorno dopo a Boston, nella parte opposta degli USA, per vedere la sua Scozia contro Haiti al Mondiale di Calcio. Quindi, il 19 giugno, durante il suo show a West Valley City nell’Utah, ha accusato un principio di mancamento, probabilmente dovuto all’altitudine, ed è stato soccorso sul palco con la maschera di ossigeno per poi riprendere il concerto che era stato interrotto chiedendo il permesso alle migliaia di fans sugli spalti di continuare a cantare seduto su una sedia.
Hey Rod, non mi combinerai mica qualche scherzetto del genere anche oggi qui a Bassano? E invece no. L’iconico cantante britannico, dall’inconfondibile voce “roca” e dall’imperituro taglio di capelli “alla Rod Stewart”, si presenta in forma. E in barba alle sue 81 primavere, sfodererà un’esibizione at his best, al suo meglio. Voce intatta, note più alte raggiunte, movenze che ricordano ancora i suoi videoclip dell’età dell’oro, un’empatia con il pubblico conquistata sin dal primo momento e soprattutto una serie di successi senza tempo riproposti sul palco e sigillati con la ceralacca nella memoria pop collettiva di chi è nato prima del Terzo Millennio.
Stiamo parlando di una leggenda della musica, capace di attraversare tutti i generi, che nella sua carriera ultra cinquantennale ha venduto oltre 250 milioni di dischi nel mondo, con due inserimenti nella Rock & Roll Hall of Fame. Certo, le rughe e le stille di sudore di Rod Stewart – anzi, di Sir Rod Stewart, titolo conferitogli a Buckingham Palace nel 2016 – si vedono bene, ingigantite dalle riprese in diretta proiettate sui due maxi schermi ai lati del palcoscenico. Ma se una delle sue canzoni più famose è Forever Young (“Per sempre giovane”), ci sarà un motivo.
È l’inizio col botto dell’edizione 2026 del Bassano Music Park che proporrà ancora cinque concerti e che si concluderà il 31 luglio con il già citato Sting. L’organizzazione DuePunti Eventi ormai non mi sorprende più: nel campo degli eventi musicali è una macchina da guerra consolidata. Me ne rendo conto anche dai reel proiettati sui maxi schermi prima del concerto, e intervallati dagli interventi dal vivo della speaker Viviana di Radio Company, che ripetono il programma degli altri Festival organizzati da DuePunti Eventi per questa estate in Veneto, tutti con un cartellone di artisti nazionali e internazionali di grido: oltre al Bassano Music Park anche il Marostica Summer Festival Volksbank, Vicenza in Festival, Este Music Festival e Asiago Live.
Per vedere ed ascoltare Rod Stewart sono presenti in Parco Ragazzi 8.000 persone, molte delle quali provenienti dal resto d’Italia (Calabria compresa) e da Paesi esteri anche molto lontani. Alle 21:30 in punto il suono delle cornamuse scozzesi annuncia l’ingresso della band, seguito dall’apparizione della star della serata: è proprio lui e con quella pettinatura non può essere che lui.
Per un’ora e mezza di fila, Sir Rod inanella una serie di successi che hanno fatto da colonna sonora a più generazioni. Ma propone anche alcuni omaggi ai grandi artisti con cui ha collaborato o che lo hanno ispirato. Come Tina Turner o come Van Morrison, autore della ballad Have I Told You Lately, la cui cover della rockstar scozzese è diventata uno dei suoi classici assoluti.
È accompagnato da una band di ottimi musicisti in cui spiccano, anche e soprattutto per “visibilità”, un gruppo di donne vocalist e musiciste a loro volta. In alcuni momenti del concerto lo spazio viene concesso totalmente a loro, per eseguire coreograficamente brani spumeggianti come Jolene di Dolly Parton o come Proud Mary (celebre canzone dei Creedence, ma nella ancora più celebre versione di Ike & Tina Turner). Sono i momenti di “pausa” della presenza di Rod Stewart sul palco che gli consentono non solo di cambiare gli sgargianti vestiti di scena ma anche, probabilmente, di riprendere fiato.
Per il resto, il concerto è un viaggio a ritroso nella Hit Parade con cui questo eterno ragazzo nato in un quartiere di Londra da una famiglia scozzese nel 1945 ha conquistato discograficamente il pianeta. Solo alcuni titoli tratti dalla scaletta: i già citati Forever Young e Have I Told You Lately, The First Cut Is The Deepest, Tonight’s The Night, You’re In My Heart, Maggie May, Young Turks, Baby Jane. I Rodstewartologi sapranno già che dall’elenco che ho appena citato mancano ancora due celeberrimi titoli. L’ho fatto apposta perché ne scriverò tra poco.
Un appunto a parte merita You’re In My Heart. È una appassionata canzone d’amore, ma che viene dedicata – come si capisce dalle immagini proiettate sul palco – a una squadra di calcio: il Celtic Glasgow, che è l’autentica passione di una vita dell’artista e che tra l’altro evoca a noi interisti dei ricordi poco piacevoli (finale di Coppa dei Campioni 1967). Non è un segreto, dal momento che persino sulla grancassa della batteria campeggia la scritta “Celtic Football Club 1888”. E lo sanno bene anche i fans di Sir Rod, alcuni dei quali, presenti in mezzo al pubblico del Bassano Music Park, indossano le maglie a strisce biancoverdi orizzontali della sua squadra del cuore.
Un altro appunto riguarda Rhythm Of My Heart , canzone-tributo di Rod Stewart all’Ucraina, testimonianza in musica del suo aperto sostegno a Kiev nella guerra con la Russia, corredata delle immagini sul palco della bandiera giallo-blu, del popolo ucraino e delle distruzioni nel suo Paese, con immagine finale prolungata del presidente Zelensky. Non certo un argomento da far digerire a tutti i pubblici: ad esempio a Lipsia, in Germania, dove l’opinione pubblica è divisa al riguardo, la canzone pro-Kiev è stata accolta da un coro di fischi. A Bassano invece il pubblico applaude, e convintamente.
E arriviamo adesso per concludere, egregi lettori, alle due celeberrime canzoni che ho volutamente omesso nell’elenco di prima e che Stewart l’inossidabile riserva per il gran finale del concerto.
La prima non può essere che Da Ya Think I’m Sexy?, la sua hit più famosa, manifesto del Rod Stewart “figo irresistibile” dei tempi che furono. Il pubblico è ormai tutto in piedi, invitato dallo stesso artista che dal palco – applauditissimo – ha chiesto alla security di permettere alla gente di alzarsi dalle sedie, perché ha il diritto di divertirsi e “this is a rock show”. Mentre canta Sexy, la stella della serata fa qualcuna delle sue mossette d’anca ma poi a sedere ci va lui, su uno dei gradini della pedana per la band, per autografare con un pennarello una pubblicazione che lo riguarda, ricevuta dalle prime file del pubblico. Poi si alza e restituisce la reliquia autografata al suo legittimo proprietario. E fa tutto continuando a cantare. Come avremmo detto negli anni ‘80: mitico.
La seconda è invece la sua ballad più celebrata: Sailing, metafora del nostro navigare nelle “acque tempestose” della vita. È il classico pezzone da accendini accesi ai concerti, oggi sostituiti delle luci dei telefonini, almeno di quei pochi telefonini che non sono impegnati a fare continuamente riprese video del concerto. Con un berretto da marinaio sulla testa, e affiancato da tutta la sua band, Rod Stewart condivide l’esecuzione della sua canzone con il pubblico che la canta a squarciagola. Brividi al Bassano Music Park.
E c’è anche, per finire veramente, il bis. È una cover che la leggenda del pop-rock britannico dedica a Love Train, noto brano originale dei The O’Jays (1972), gruppo R&B del Sound of Philadelphia. Un “treno dell’amore” per inneggiare alla pace. E mentre si svolge l’ultima applaudita esibizione, il palco proietta le immagini di articoli di giornali non solo sull’Ucraina ma anche su Gaza, Trump e Netanyahu. Del resto, negli ultimi tempi il cantante scozzese si è distinto anche per una serie di dichiarazioni molto polemiche nei confronti di Donald Trump, pretendendo in un video online anche pubbliche scuse dal presidente USA per aver offeso i soldati britannici chiamandoli “codardi”. Non c’è che dire: una rockstar di lungo corso può permettersi di fare anche questo.
Esco dal Parco Ragazzi del ‘99 con la soddisfazione di aver visto dal vivo questo artista che io ammiro da sempre, per quanto lui sia così lontano da me per stile di vita e soprattutto per tifo calcistico. L’unica cosa che mi avvicina a lui è che quando mi alzo dal letto alla mattina e mi guardo allo specchio, la pettinatura alla Rod Stewart ce l’ho anch’io.








