Dice il saggio: meglio tardi che mai. Oggi scrivo infatti di un evento culturale che sta ormai per concludersi, ma lo scopo di questo articolo non è tanto quello di trattare l’argomento in base alle scadenze del calendario, quanto di sottolinearne il messaggio a futura memoria proprio adesso che sta per chiudere i battenti.
Domani, martedì 2 giugno, Festa della Repubblica, è infatti l’ultimo giorno di apertura della mostra retrospettiva “Pompeo Pianezzola – Dipinti, Disegni e Piccole ceramiche”, allestita alla Galleria Browning di Asolo e dedicata al grande maestro della ceramica contemporanea, originario di Nove e scomparso nel 2012.
Più che una mostra classica – di quelle con la presentazione critica e col catalogo patinato, tanto per intenderci – si tratta di un “viaggio intimo” attraverso una limitata selezione di creazioni alla scoperta del lato apparentemente meno noto dell’enorme eredità artistica di Pompeo. Mi permetto di chiamarlo così, con il solo nome, perché grazie a mio padre Edmondo Tich che era il suo fotografo ho avuto la fortuna di conoscerlo sin da quando ero bambino. E il lato apparentemente meno conosciuto della produzione di colui che è stato “uno dei più importanti artisti veneti del ‘900” (come venne presentato alla mostra a lui dedicata al Museo Civico di Bassano) è proprio quello, contraddistinto da inconfondibili tocchi di preziosità essenziale e di raffinatezza formale, delle sue composizioni dipinte, delle sue opere grafiche e delle sue piccole ceramiche.
La mostra asolana alla Galleria Browning ne offre un appetitoso assaggio: quanto basta per apprezzare il “multiforme ingegno” creativo del maestro. Ma anche per ricordarne ancora una volta la figura, sia nell’interesse di chi vuole andare alla scoperta dell’arte di Pianezzola e sia a beneficio di chi lo ha conosciuto. “Sono venute a visitare la mostra anche alcune sue ex allieve”, mi riferisce la titolare della Galleria Gianna Vettorato, ricordando un altro aspetto fondamentale della biografia di Pompeo: quello di storico docente e anche direttore della Scuola d’Arte e quindi Istituto Statale d’Arte di Nove.
Non è questo, oltretutto, il momento delle mostre ufficiali e celebrative. Quelle ci sono già state. In primis la già citata mostra antologica “Pompeo Pianezzola (1925 – 2012)”, svoltasi l’anno scorso al Museo Civico di Bassano del Grappa in occasione del centenario della nascita, con l’esposizione di 120 opere rappresentative dell’intera parabola creativa del maestro. E poi sempre l’anno scorso, ma nella sua Nove, la mostra “Pompeo Pianezzola – dal disegno al design, opere e immagini”, allestita al Museo Civico della Ceramica e a Palazzo Baccin, che ha ripercorso la sua carriera con un sguardo dedicato alla produzione di oggetti d’uso.
Quella di Asolo è una mostra più contenuta, più “personale” nel senso letterario del termine ma proprio per questo un omaggio sincero dedicato all’autore, alla ricerca della vera essenza del personaggio che è stato. Un “viaggio intimo”, per l’appunto, confermato dall’intervento all’inaugurazione della mostra del figlio Daniele, detto Neno, anch’egli artista. Che ha presentato suo padre non dal punto di vista delle caratteristiche della sua arte ceramica – sulla quale esiste già una messe di libri, di studi e di cataloghi – ma rievocandolo tra le memorie di un affettuoso quadro familiare per sottolinearne lo spirito aperto ed internazionale.
“Ricordo delle bellissime serate a casa nostra che era un po’ un porto di mare – ha raccontato Daniele –. Continuavano a passare fotografi, artisti, ceramisti. Lui adorava chiunque facesse ceramica, per cui tutti i ceramisti europei, dell’Est Europa e soprattutto i giapponesi, che avevamo per casa. Lui non parlava le lingue, eppure è riuscito ad andare a insegnare negli Stati Uniti, ha insegnato in Olanda, in Spagna e soprattutto anche in Giappone dove andava via con un piccolo blocchetto notes e per spiegarsi faceva dei disegnetti. Non ha mai avuto problemi a spiegarsi e ad avere amicizia con i ceramisti di tutto il mondo che erano molto felici della sua compagnia.”
“Sono stati degli anni bellissimi – ha aggiunto il figlio riguardo al padre –. Quando negli anni ‘70 era ancora all’Istituto d’Arte ha realizzato dei simposi, dando veramente vita alla scuola di ceramica di Nove perché sono arrivati ceramisti dall’America e dall’Africa. Insomma, è stata sempre una persona che ha guardato molto all’estero, si è tolto un po’ da quella ristrettezza che era il paesetto di Nove, legato ancora alla ceramica dei fioretti, ai tacchioli, all’antica tradizione delle maioliche. Su questo devo dire che ha avuto una grande parte mia madre, che appena sposati, quando lui aveva 28-29 anni, lo ha convinto a lasciare il figurativo, a vedere le mostre in giro, a vedere i musei. Io mi ricordo che andavamo a Venezia, nelle chiese e nei musei, e ho visto più di qualche volta mio padre piangere davanti ai grandi del Rinascimento.”
“A lui interessava solo la ceramica, non è mai andato in vacanza al mare a prendere sole – ha concluso Daniele Pianezzola nel suo ritratto intimo del genitore –. Amava qualche volta andare in montagna, faceva due o tre discesette, si metteva la neve in faccia e prendeva il sole. Per il resto, lui ha sempre e solo pensato all’arte e alla ceramica. E quindi tutti i viaggi che ha fatto e tutte le persone che ha incontrato erano sempre legati alla sua attività.”
Tutto questo, e ovviamente non solo questo, era Pompeo Pianezzola. Spenti i riflettori delle mostre celebrative per il centenario della nascita, la sua arte continua a generare interesse e voglia di conoscenza. Eccolo, dunque, il messaggio da consegnare a futura memoria. Lo conferma questa mostra che sta ormai per concludersi, alla Galleria Browning, in un angolo del centro storico di Asolo Pompeiana.










