Trent’anni. È un bel pezzo di vita. Trent’anni di rappresentazioni teatrali, di inclusione e di partecipazione che hanno spazzato via il luogo comune della disabilità come limite fisico, artistico ed espressivo. Era il 9 giugno 1996 quando è andata in scena “La creazione del mondo”, il primo spettacolo della nascente compagnia teatrale Din Don Down, che ha lanciato sul palcoscenico giovani attori con disabilità assieme ai volontari del gruppo “L’abbraccio”. Da allora, è stata tutta una storia in crescendo che grazie all’impegno del fondatore e direttore del progetto Pippo Gentile – noto attore, regista e performer bassanese – ma anche grazie alla passione e alla bravura degli attori del gruppo ha continuato a mietere successi e riconoscimenti.
In questi tre decenni, la compagnia ha realizzato numerosi spettacoli, coinvolgendo attori, educatori, volontari, famiglie e cittadini in un’esperienza umana e artistica capace di abbattere stereotipi e pregiudizi. Ogni rappresentazione ha raccontato non solo una storia, ma anche il valore della diversità come risorsa e della cultura come diritto accessibile a tutti.
Oggi Din Don Down Teatro è una compagnia composta da 12 attori che si riuniscono per fare le prove almeno una volta alla settimana. Ma se aggiungiamo anche il laboratorio teatrale, gli attuali partecipanti al progetto salgono a una ventina di persone.
Trent’anni di attività rappresentano un traguardo di tutto rispetto e l’anniversario è stato celebrato come si deve. Precisamente con una mostra, allestita nella chiesa di San Giovanni a Bassano da martedì 1 a domenica 5 luglio scorsi e intitolata “30 inequivocabilmente CONTRO” (un titolo che mi è piaciuto assai). Come dire: un percorso trentennale “contro” i preconcetti e i luoghi comuni sulla disabilità.
Esposte, sui pannelli della mostra, le recensioni e le foto di tutti gli spettacoli rappresentati dalla compagnia in questi tre decenni. Ma l’evento celebrativo ha dato anche modo di svolgere incontri, interventi musicali, laboratori di “giocateatro”, performance “partecipate”, spettacoli e quant’altro.
È qui che sabato pomeriggio, nel penultimo giorno di apertura dell’esposizione, incontro Pippo Gentile per un’intervista su questa esperienza di teatro sociale e inclusivo. Per fargli una foto, gli chiedo di mettersi nell’angolo della mostra che preferisce. E lui sceglie di posare accanto al manifesto di “Sogno”, uno spettacolo del 2003, che raffigura Angelo Dolci, attore tetraplegico, che purtroppo è venuto a mancare e alla cui memoria Gentile è molto affezionato. “Angelo non si muoveva e non riusciva a parlare: urlava, emetteva suoni – mi spiega il fondatore della compagnia –. Ma io non ho mai visto un attore che aveva così tanta gioia di salire sul palco.”
Avviso ai naviganti: io e Pippo Gentile ci diamo del tu, anche in un’occasione formale qual è un’intervista. Inevitabile. Non ci vediamo molto spesso, ma ci conosciamo da almeno…trent’anni.
Pippo Gentile, qual è la caratteristica principale di Din Don Down Teatro?
Una delle caratteristiche principali è che è una compagnia teatrale a tutti gli effetti. Un’altra delle caratteristiche principali, di cui noi andiamo molto orgogliosi, è che in questi anni abbiamo cercato, con un buon risultato, di professionalizzarla. Questo vuol dire che gli attori percepiscono un compenso a ogni spettacolo. Nell’ultimo anno siamo riusciti anche a pagare 150 ore di prove, che non è poco. Questo rende Din Don Down Teatro una compagnia unica e anche un punto di riferimento, direi.
State ancora lottando con qualche pregiudizio?
Sì. I pregiudizi sono molti. Nel senso che sembra che si siano superate molte cose ma in effetti noi ci accorgiamo, quando siamo sul palco, che molto spesso l’occhio e la ricerca della patologia vengono prima del mettersi in ascolto e guardare uno spettacolo teatrale. Ma basta la prima battuta, basta il primo passo di danza e tutto ciò svanisce.
Leggendo il vostro nome, Din Don Down, si potrebbe pensare che a salire sul palco siano solamente attori con la Sindrome di Down. E invece non è così…
Infatti. Ci sono alcuni ragazzi che hanno la Sindrome di Down, altri che hanno avuto un percorso psichiatrico, altri hanno malformazioni fisiche. Diciamo che la compagnia è variegata.
C’è anche un aspetto “terapeutico” in questo tipo di teatro?
Assolutamente no. Noi facciamo teatro perché ci piace far teatro. La compagnia è nata così e una delle fortune che abbiamo, secondo me, è che questa compagnia non ha mai avuto un “cappello” dell’Asl, non è nata in una casa-famiglia, non è collocabile in un percorso terapeutico ma è puramente una necessità artistica.
Oggi le esperienze teatrali con ragazzi Down o con altri tipi di caratteristiche sono abbastanza diffuse in Italia. Possiamo dire che Din Don Down ha aperto la strada? O c’è stato qualcuno ancora prima di voi?
Qualcuno prima di noi c’è stato e lo ringrazierò sempre. Sto parlando di Antonio Viganò col teatro “La Ribalta” di Bolzano. Lui ha un po’ aperto la strada a un tipo di teatro fatto con qualità e non al servizio di un protagonista. E subito dopo di lui devo dire che da trent’anni ci siamo noi. In Veneto siamo la prima compagnia di artisti con disabilità professionisti. È vero che ci sono tantissimi artisti disabili che sono professionisti ma una compagine come la nostra è unica. È la seconda in Italia e la prima del Veneto.
Come si fa ad andare avanti, e oserei dire anche a resistere per trent’anni?
Intanto devo dirti che questo è diventato un po’ alla volta un progetto che viaggia quasi parallelamente al mio progetto professionale. E poi io scopro sempre di più quanta bellezza ci sia in questi attori speciali e potenti in scena. E quindi è una continua curiosità di ricercare, andare avanti, cercare altre strategie, insomma di capire dove si possono superare i limiti e dove si può portare la poetica di questo gruppo in qualche altro territorio.
Nel tuo rapporto con gli attori ma anche nell’incontro tra gli attori e il pubblico, qual è stata non dico la più grande soddisfazione, ma una cosa che ti ricordi con piacere di questi trent’anni?
Beh, con piacere e con soddisfazione ricordo tutti i premi che abbiamo ricevuto. Non per essere immodesti, ma tutti i nostri lavori sono stati premiati in festival nazionali e hanno avuto grossi riconoscimenti, anche a livello di comunicazione. L’altra sera è stata qui Paola Severini, la giornalista di “O anche no”, la trasmissione di Rai 2, è rimasta molto colpita e vorrà fare uno speciale su di noi. Quindi le soddisfazioni sono molte e sono legate anche al rapporto col pubblico. Il pubblico, quando incontra questo tipo di progetto, ne esce sempre abbastanza cambiato. Nel senso che capisce che il paradigma secondo il quale “essere disabili è uguale a essere meno capaci” non funziona più. È una cosa solo nei tuoi occhi, nel tuo sguardo. E questo direi che è il messaggio più potente che noi siamo molto soddisfatti di trasmettere.

