CulturaEvidenzaSeven +
  • 8 min lettura

L’Ultimo Samurai

Incontro a Vallonara con Toni Bernardi, maestro ceramista, uno dei “Sette Samurai” della ceramica contemporanea di Nove e Bassano, intento a scrivere un libro sulla storia della sua vita e della sua produzione ceramica. “Io sono un artigiano. Rifiuto l’etichetta di artista”

Alessandro Tich Alessandro Tich
  • Mag 28, 2026

magzin magzin
Toni Bernardi tra le sue opere. Foto di Alessandro Tich

L’Ultimo Samurai mi riceve nella sua bella casa abbarbicata sulle colline di Vallonara, con una splendida vista panoramica, dove l’aria creativa dell’arte ceramica si respira in ogni angolo dell’abitazione. È qui che Toni Bernardi, 80 anni il prossimo dicembre, continua a realizzare le sue opere. È L’Ultimo Samurai nel senso che era il più giovane dei cosiddetti “Sette Samurai”, tutti mostri sacri dell’arte ceramica del secondo ‘900, che per un certo periodo avevano esposto insieme le loro creazioni in mostre collettive allestite a Bassano del Grappa, a Palazzo Agostinelli, e in altre città dl Veneto. Gli altri sei, in ordine alfabetico di cognome, erano Federico Bonaldi, Candido Fior, Giuseppe Lucietti (oggi 90enne), Pompeo Pianezzola, Cesare Sartori e Alessio Tasca. Davvero la storia della ceramica contemporanea di Nove e Bassano racchiusa in sette nomi.

In occasione di questo mio nuovo incontro con Toni Bernardi conosco anche la moglie Gabriella, che lui ha sposato 56 anni fa, una signora simpatica e cordiale, figlia di un altro caposcuola della ceramica qual è stato Giovanni Petucco, pietra miliare della storia di Nove del ‘900 e non solo per la sua figura di ceramista. Non c’è che dire: il Dna di questa famiglia è fatto di argilla, di maiolica e soprattutto di terraglia, la materia ceramica che Bernardi predilige.

Il grande Toni non è nato ceramista, ma disegnatore. È stato anche uno storico docente di Disegno Professionale e Progettazione Ceramica all’Istituto Statale d’Arte di Nove. Il suo incontro con il “fare ceramica” è stato successivo. Ma è stato anche un incontro definitivo. Un percorso creativo, oramai pluridecennale, che sta per diventare finalmente racconto: Bernardi sta infatti scrivendo un libro sulla storia della sua vita e della sua produzione artistica, da consegnare a futura memoria. Anche se lui, come vedremo, non vuole definirsi “artista”. “Io sono un artigiano – afferma con orgoglio –. Rifiuto l’etichetta di artista.”

Toni Bernardi, perché scrivere oggi un libro a 80 anni?

Intanto devo dire che l’idea non è venuta a me ma è venuta a mia moglie e ai miei figli, che hanno spinto perché io facessi questo lavoro. Non era nelle mie corde, non sono portato all’autocelebrazione. Poi ho avuto l’occasione di fare una presentazione del mio lavoro da Ivano Costenaro e lì ho dovuto tirar fuori un po’ di appunti e un po’ di opere. E avendo sotto mano il materiale, sono tornati alla carica e quindi mi hanno convinto a cominciare questa avventura. L’ho presa sul serio, e anche con un po’ di leggerezza perché avevo tutto il tempo davanti per maturarla, e ho cominciato coi ricordi di quando ero piccolo, come succede spesso in questi casi.

Ma il “piccolo” Toni era già un ceramista in erba?

A quei tempi, per un certo numero di bambini o di giovani che dovevano passare la giornata, l’alternativa era andare in Brenta a tirare pietre sull’acqua o andare a marsoni, oppure quelli che abitavano in collina facevano dei buchi da qualche parte, dove sapevano che potevano trovare dell’argilla, e con questa giocavano. Perché i giochi di allora erano di una banalità atroce.

Lei era uno di questi bambini che facevano i buchi?

Sì. Facevo i buchi e trovavo l’argilla. Dalle nostre parti l’argilla ha un colore ocra magnifico, indurisce piuttosto rapidamente e quindi si doveva tenerla in mano poco per fare qualcosa, un animaletto o quello che capitava, ma senza nessuna pretesa. Si asciugava molto velocemente e poi la si metteva al sole a diventare soda, dura.

Però lei non ha iniziato come “ceramista classico”…

No, io ho cominciato soprattutto esercitando il disegno. Il maestro delle elementari aveva scoperto che disegnavo. E gli amici o le amichette che vivevano accanto alla mia abitazione, se avevano problemi venivano da me per farsi fare il disegno. Questa era la mia attività, non remunerativa perché, naturalmente, lo facevo per il gusto di farlo.

Poi lei ha iniziato come disegnatore, nella sua attività professionale.

Ho cominciato come disegnatore perché dopo la scuola elementare ho frequentato per sei anni la Scuola d’Arte a Nove e anche lì mi sono dedicato molto al disegno. Tanto è vero che nell’ultimo anno di corso ho realizzato con Cesare Sartori una teiera che ha fatto parte di una piccola collezione di manufatti e di disegni all’interno di una mostra, promossa da Licisco Magagnato per registrare lo stato attuale dell’attività didattica sperimentale nel Nord Italia, ma penso che fossimo alla pari di quello che si stava facendo allora anche a Faenza. Perché gli Istituti d’Arte avevano abbandonato la funzione che avevano in origine, e cioè coltivare soltanto le abilità manuali, legate alla riproduzione o all’effettivo impegno nell’ambito delle fabbriche. Si erano aperti, e l’Istituto d’Arte di Nove in particolare, al futuro che sembrava prossimo e a sposare l’idea dell’industrial design. E quindi con quella prospettiva sono poi approdato per due anni a Firenze e il terzo e quarto anno l’ho terminato ai Carmini a Venezia.

Lei ha continuato a fare il disegnatore di ceramiche, per la Ceramiche Costa di Campagnolo, per alcuni anni. E poi quando è passato dal “disegnare” al “fare”?

È stata l’occasione, offertami da Pompeo Pianezzola, di partecipare nel 1978 a uno degli ultimi Simposi Internazionali della Ceramica, organizzati dai Comuni di Marostica, Nove e Bassano. E mi sono trovato lì da ingenuo, perché non avevo assolutamente esperienze per confrontarmi con figure come Nanni Valentini e con ceramisti che venivano dall’Austria e dall’America. Loro praticavano la ceramica con le mani, non con il disegno. C’è una frattura tra il pensare una ceramica e poi farla realizzare e il realizzarla direttamente. Perché implica un atteggiamento mentale completamente diverso.

E i primi embrioni del “fare ceramica” quando sono apparsi?

Per affrontare i problemi dei primi giorni al Simposio io, che non sapevo che pesci pigliare, sono tornato nell’aula di Nove dove insegnavo Disegno Professionale. Lì era anche custodita una piccola collezione di ceramiche, popolari e non solo, e c’erano anche delle maioliche. I piatti popolari hanno questo di fondativo: sono realizzati per essere riprodotti in grande serie ma in tempi molto ristretti. Questo implica da parte del ceramista non il sostare con tempi lunghi nel fare la ceramica, ma l’agire attraverso il guizzo del pennello a fili o pennello per filare, che ha origini che hanno a che fare addirittura con la ceramica greca. Quindi direi che una parte delle mie abilità nel disegno si è trasferita nell’uso del pennello a fili. All’inizio ho realizzato dunque delle piastre, che nell’ambito del Simposio erano rotonde, per avere una memoria del piatto. Queste piastre erano destinate ad essere appese. Poi mi sono reso conto che la ceramica appesa al muro aveva dei limiti. Per vie un po’ articolate mi sono avvicinato completamente al tornio, e da lì nell’80 ho cominciato a lavorare solo e soltanto con la terra bianca.

E qui segue tutta la storia del Toni Bernardi ceramista, per la quale non basterebbe un articolo ma serve, per l’appunto, un libro. È vero che per fare le ceramiche si è ispirato anche a uno scrittore e cioè ad Italo Calvino?

Sì, è vero. In una pagina memorabile de Le città invisibili, Italo Calvino fa dialogare Marco Polo con il Gran Khan e Marco Polo fa notare, una volta risolta la disputa di una partita a scacchi, come il tassello nero della scacchiera di legno, su cui il Gran Khan aveva prima appoggiato la pedina, manifesta un piccolo tarlo che è stata la causa per cui la pianta è stata abbattuta.

E quindi questa cosa come ha ispirato il suo “fare ceramica”?

Mi ha portato alla convinzione che sono i dettagli che fanno la differenza.

Lei dice che quello che sta scrivendo non sarà un libro “su un artista” ma un libro “su un artigiano”…

Questa è un’epoca in cui il termine “artista” viene usato anche a sproposito, e soprattutto nell’ambito delle arti figurative viene utilizzato da chi si manifesta protagonista dell’arte perché la pensa, ma non è in grado di farla. E quindi si serve degli artigiani per arrivare al dunque. Il termine “artista”, nei secoli in cui l’arte era catalogata per arti maggiori e arti minori, nel caso di Caravaggio, o di Michelangelo, o di Raffaello, non si usava. Si usava il termine “architetto”, “scultore”, “pittore”. E l’arte era l’abilità con cui si professava il mestiere. “Arte” sta a designare un’opera eseguita “a regola d’arte”. Questo è fondamentale. Perché non si attribuisce in tutto e per tutto un valore assoluto, ma un valore relativo all’abilità di uno che professa l’arte del pittore o l’arte dell’architetto.

E quindi lei cosa professa?

Io professo l’arte del ceramista. Però da artigiano.

Ma Artigiano con la A maiuscola…

Direi con la A maiuscola, se ho fatto qualcosa di buono. Perché se non faccio qualcosa di valido, bisognerebbe tenere il minuscolo. Anzi, ridurre il carattere, per definire la storia.

Alessandro Tich

Giornalista professionista da più di 30 anni, sostiene che il buon giornalismo è come un buon vino: migliora col tempo. Dirige la redazione con una visione lucida e curiosa e si pone nei confronti dell’attualità con uno sguardo dichiaratamente irriverente. Crede in una informazione rigorosa ma mai gessata, curando sempre con precisione le parole che scrive e cercando di attirare l’attenzione sin dalle prime righe dei suoi articoli. Insomma: un umile cronista, come ama definirsi, e un leggendario titolista.