Lo so, ne sono consapevole: leggere un articolo sulle elezioni provinciali, argomento ritornato di attualità in questi giorni, provoca la stessa eccitazione della lettura di un trattato sull’andamento medio annuo dei tassi di interesse bancari. Che noia che barba, anche per chi la barba non ce l’ha.
E questo perché la Provincia è ormai un Palazzo “a sé stante”, totalmente svuotato dalla rappresentanza diretta di noi elettori, grazie alla riforma Delrio del 2014 che ne ha anche limitato le funzioni rispetto a prima. Tecnicamente, è un ente territoriale “di secondo livello”, considerando che il “primo livello” è costituito dalle amministrazioni – Comuni in primis – elette dalla popolazione.
La conseguenza è che l’ente Provincia è totalmente fuori dal controllo di noi cittadini aventi diritto al voto: a decidere chi comanda e chi siede in consiglio provinciale sono gli stessi colleghi dei candidati, vale a dire i sindaci e i consiglieri in carica dei Comuni della Provincia. Va da sé che gli equilibri in gioco dipendono in primo luogo dai rapporti di forza tra gli schieramenti politici. Quelli che rendono assai probabile, per un sindaco del centrodestra, votare per un collega del centrosinistra e viceversa.
Nei decenni scorsi, prima della riforma Delrio, i consiglieri provinciali, e di conseguenza anche il presidente della Provincia stessa erano eletti dal popolo e l’elezione era pertanto politica: partiti sulla scheda, croce sul simbolo, voto di preferenza e vai col liscio. Vinceva sempre, inevitabilmente, il partito più in auge dell’epoca. In Provincia di Vicenza, quando era in voga la DC i presidenti erano tutti DC (ne cito qualcuno di “storico”: Giovanni Pandolfo, Domenico Calearo, Delio Giacometti). Poi, dopo la parentesi di Giuseppe Doppio (Partito Popolare Italiano), dal 1997 al 2014 le redini di Palazzo Nievo sono state appannaggio esclusivo della Lega, con Manuela Dal Lago e successivamente Attilio Schneck sul ponte di comando.
Dopodiché, con l’elezione “indiretta” ovvero “di secondo grado” della riforma Delrio affidata al voto dei sindaci e dei consiglieri comunali, il presidente della Provincia ha coinciso con il sindaco del Comune più importante e cioè Vicenza. È accaduto con Achille Variati e con Francesco Rucco.
Durante il periodo Rucco, l’ente provinciale ha tuttavia sperimentato una novità. È successo nel 2021, quando a Vicenza gli amministratori pubblici hanno votato per il rinnovo del solo consiglio provinciale. E sulla scheda hanno scelto per una delle due inedite formazioni scese in campo: la “Casa dei Comuni nord” e la “Casa dei Comuni sud”, due liste traversali e bipartisan, contraddistinte dalla sola “territorialità” dei candidati, che hanno permesso ai sindaci e consiglieri elettori di dare il proprio voto superando le classiche logiche e divisioni di partito.
Andrea Nardin – l’Ultimo dei Mohicani, fino adesso – ha sparigliato le carte, in quanto sindaco del piccolo Comune di Montegalda (poco più di 3000 abitanti). Ma con Nardin, e in particolare con la sua elezione del 2023, dichiaratamente sostenuta da una coalizione di centrodestra, l’influenza della politica di partito è rientrata dalla porta principale. E con la sua relativamente recente adesione a Fratelli d’Italia, risalente a poco più di un anno fa, Nardin appare fortemente intenzionato a proseguire sul percorso già tracciato.
Perché stiamo parlando di queste cose meravigliose? Perché, come ho già ricordato in un precedente articolo, il prossimo novembre gli amministratori pubblici voteranno nuovamente per il rinnovo delle cariche della Provincia di Vicenza: presidente e consiglio provinciale. Come è noto, proprio in vista dell’appuntamento elettorale, i nove sindaci delle città del Vicentino con più di 15 mila abitanti (Arzignano, Bassano del Grappa, Cassola, Lonigo, Montecchio Maggiore, Schio, Thiene, Valdagno e Vicenza) hanno fatto cartello sottoscrivendo un accordo bipartisan denominato “Per una Provincia che torni ad essere la Casa dei Comuni”.
Il “patto dei nove” dovrebbe produrre un listone unitario per le prossime elezioni provinciali, che si richiama all’esperienza del 2021 e che intende a sua volta superare le logiche di partito per fare della Provincia “un luogo di collaborazione tra amministratori, nel quale prevalgano il confronto, la condivisione e la ricerca delle migliori soluzioni per il bene delle nostre comunità”. Per la serie: Peace & Love.
Ma qualsiasi progetto politico non può nascere senza sapere già in partenza dove vuole o dove vorrebbe arrivare. E più spifferi di Palazzo, provenienti da altrettanti corridoi, vedono proprio nel sindaco leghista di Bassano del Grappa Nicola Finco, front-man del patto “Casa dei Comuni” assieme al collega dem di Vicenza Giacomo Possamai, il primo deus ex machina dell’operazione. Dopo Vicenza, Bassano è il Comune più importante della Provincia; l’ambizione politica del “nostro” è risaputa e la sua collocazione partitica non di destra-destra potrebbe fungere da cerniera con gli ambienti amministrativi di centrosinistra della città capoluogo e col “fritto misto” civico e politico di altri territori ai confini dell’impero provinciale.
Vari ed autorevoli rumors, insomma, rendono insistente l’ipotesi che il grande patto tra i nove sindaci over 15 mila abitanti possa trovare il suo punto di incrocio nella corsa del primo cittadino di Bassano del Grappa alla conquista della ambita fascia di presidente della Provincia. Finco Nastro Azzurro.
Ma, Houston, abbiamo il solito problema. Come ben sapete se siete nostri lettori, all’accordo della “Casa dei Comuni” si è fortemente opposta l’eurodeputata di Fratelli d’Italia Elena Donazzan, una che nel suo partito, a livello soprattutto vicentino, ha voce in capitolo. Per Donazzan, che non ha mancato di bacchettare Possamai e Finco (“Suggerirei al sindaco di Vicenza e a quello di Bassano di occuparsi delle proprie città, senza distrazioni, viste le criticità che continuano ad evidenziarci i cittadini”), il patto dei nove altro non è che un “inciucio”. “Noi continueremo a lavorare – ha scritto la pasionaria di destra nel suo post su Facebook – per offrire a tutti i livelli istituzionali il buon governo del centrodestra che rappresenta le istanze dei cittadini e delle amministrazioni. Se qualcuno vuole sedersi al tavolo con la sinistra è libero di farlo assumendosi le sue responsabilità.”
Ma come molto spesso accade in politica, le parole dell’europarlamentare sono da leggere anche e soprattutto tra le righe, in quanto si tratta di dichiarazioni non fini a se stesse. Perché anche Elena Donazzan, assieme al presidente provinciale di FdI on. Silvio Giovine, avrebbe già la figura su cui puntare per le prossime elezioni provinciali.
E chi sarà mai? Dal responso dell’oracolo emerge il nome di Andrea Nardin, il presidente della Provincia attuale, iperpresente e iperattivo in ogni dove, che iscrivendosi l’anno scorso a Fratelli d’Italia si è collocato proprio sotto l’ala politica della corrente Donazzan-Giovine. Scornato dall’esito delle elezioni regionali, Nardin (che in quanto ad ambizione non ha nulla da invidiare a Finco) non può infatti che aspirare a un suo bis al timone di Palazzo Nievo per rimanere nel giro della politica che conta. Anche se la maggior parte dei suoi “grandi elettori” e cioè la maggior parte dei sindaci della Provincia di Vicenza se la sono legata al dito per quella sua fascia istituzionale azzurra indossata alla manifestazione di Bassano a favore del Tribunale della Pedemontana.
Morale della favola: per il momento, la situazione pre-elettorale della Provincia di Vicenza permane alquanto ingarbugliata, tra cartelli bipartisan da una parte e forti richiami al centrodestra compatto dall’altra. Io passo e chiudo, lasciando eventuali ulteriori analisi e considerazioni al noto politologo veneto, prof. Checasin.

