La tutela dei minori online è diventata una questione centrale di salute pubblica, come emerso anche nella Giornata annuale di Telefono Azzurro dedicata alla sicurezza e alla tutela della salute mentale dei minori nello spazio digitale (SID, Safety Internet Day) tenutasi il 9 e 10 febbraio di quest’anno. L’edizione del SID 2026 si è concentrata sull’uso delle intelligenze artificiali, sulla loro influenza sul benessere psicologico dei ragazzi e sulla salute mentale negli spazi social, con la presentazione di studi e ricerche realizzate in collaborazione con IPSOS sulla dipendenza da social network, cyberbullismo, ansia e depressione nei minori.
Oggi la questione non è più solo l’accesso a contenuti inappropriati, come pornografia e violenza, ma il rapporto sempre più stretto tra gli ecosistemi digitali e il benessere psicologico dei più giovani. Il mondo digitale non è più un ambiente separato dalla vita reale, ma uno spazio di socializzazione, di riconoscimento e di costruzione dell’identità. Questo rende molto più complesso proteggere i ragazzi, perché non si tratta solo di limitare l’accesso ai social network o a siti vietati, ma di creare un’esperienza digitale sostenibile per chi sta ancora crescendo.
Secondo le ricerche più recenti la sofferenza maggiore per gli under 14 arriva infatti dall’esperienza quotidiana online: i ragazzi vivono in ambienti contraddistinti da un confronto permanente con i loro coetanei alla ricerca continua di approvazione, dal giudizio sociale costante e dalla necessità di creare un’identità digitale “performativa”. Controllare i propri like, i commenti e interazioni dei coetanei diventano un’esperienza traumatica e molti adolescenti e preadolescenti provano una fatica sempre maggiore nel sostenere questo tipo di esposizione, con conseguenze su autostima, sonno, concentrazione e stabilità emotiva.
In queste settimane il presidente del Veneto Alberto Stefani ha rilasciato alcune interviste in cui annuncia di voler portare in consiglio regionale delle nuove iniziative per vietare ai più giovani l’uso dei social sul modello di quello che stanno facendo (o hanno già fatto) paesi come Australia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo e Malesia.
L’idea è quella di obbligare le varie piattaforme (Facebook, Instagram, TikTok tra tutte) a introdurre, a loro spese, sistemi di verifica dell’età senza però utilizzare l’identità digitale governativa (sul modello SPID e CIE italiano) per motivi di privacy.
Uno dei primi problemi riscontrati è la facilità con cui questi sistemi di vigilanza vengono aggirati, ma soprattutto restano invariati i fattori che produco disagio: algoritmi progettati per massimizzare i tempi di permanenza, notifiche e meccanismi di ricompensa che incentivano comportamenti di dipendenza, esposizione continua al giudizio dei pari, modelli di successo e bellezza troppo spesso irrealistici.
In pratica vietare l’accesso non modifica in alcun modo la struttura dei social e per questo molti esperti durante il Safety Internet Day hanno parlato di norme simboliche che rassicurano l’opinione pubblica senza risolvere il problema. Si sposta solo il disagio in avanti di qualche anno.
La soluzione proposta dagli esperti del SID è quella di attuare il diritto europeo già esistente, la Direttiva sui servizi di media audiovisivi, con l’articolo 28-bis, che dovrebbe obbligare le piattaforme ad utilizzare sistemi di protezione dei minori senza imporre l’esclusione. Non il divieto, ma la ristrutturazione degli ambienti social.
La proposta della Regione Veneto e del presidente Stefani, rinominata “Piano Giovani”, oltre a vietare totalmente l’uso dei social network ai minori di 14 anni vorrebbe stanziare 100mila euro per finanziare campi estivi che avrebbero lo scopo di rieducare i bulli passando attraverso il volontariato al servizio della comunità.
Anche la seconda iniziativa però non trova il parere favorevole di molti psicologi, che credono sia una soluzione che ignora le cause del problema. Il professor Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro, in un’intervista al Corriere del Veneto spiega come insegnare la disciplina esteriore attraverso i campi estivi non affronta in alcun modo la radice del problema, cioè i sentimenti di paura, rabbia e tristezza che i ragazzi provano ma non trovano il modo di esprimere. Usare misure punitive non è la soluzione migliore secondo lo psicoterapeuta.
Anche qui viene proposta una soluzione: lo psicologo territoriale. Una figura che dovrebbe servire sia per i ragazzi che per i genitori, in modo che i primi imparino ad affrontare le proprie emozioni in maniera sana e i secondi diventino capaci di aiutare i propri figli in un mondo che spesso fanno fatica a comprendere. Un aiuto per tutte le fasce d’età.
In questo caso però il problema sono i fondi: se 100mila euro possono bastare a finanziare un paio di campi estivi in Veneto, degli sportelli per gli psicologi territoriali richiederebbero dei fondi ben maggiori, soprattutto perché i vari Centri di Salute Mentale delle Aziende Sanitarie Locali sono già al collasso vista la richiesta enorme e la mancanza endemica di personale e stanziamenti.
La storia ci dice che il proibizionismo, in ogni sua forma, non ha mai funzionato e presto capiremo se la Regione Veneto sarà capace di stare al passo coi tempi.