Questo sì che è invecchiamento attivo: Sting, a 74 anni di età (ne compirà 75 fra due mesi), è praticamente ancora il giovanotto dei Police. In ottima forma e con un fisico da Terminator, regala al “tutto esaurito” del Bassano Music Park quello che ciascuno degli 8.500 spettatori confluiti in città si aspettava da lui. Non gli servono effetti speciali o orchestrazioni complesse per fare colpo. Gli bastano la sua chitarra basso, la sua presenza scenica, la sua voce inconfondibile e soprattutto le sue canzoni intramontabili, tramandate da una generazione all’altra.
Si concretizza così finalmente, in una calda serata di fine luglio, la tappa bassanese del suo World Tour “Sting 3.0”, dopo il concerto del 6 luglio dell’anno scorso passato alla storia per l’annullamento all’ultimo minuto dopo l’acquazzone con grandine che aveva inondato la città. “Ciao Bassano, quanta pazienza, un anno”, dice Sting al grande pubblico di Parco Ragazzi del ‘99 al quale, fra un pezzo e l’altro, si rivolge sempre con qualche parola in italiano, la lingua del Paese a cui è affezionato e in cui produce i suoi vini toscani. Prosit.
Abituato e devoto alla formazione “a tre” con la quale più di una quarantina di anni fa si esibiva assieme ad Andy Summers e a Stewart Copeland, viene accompagnato sul palco dal chitarrista Dominic Miller e dal batterista Chris Maas. Due musicisti davvero all’altezza. Del resto, una parte del repertorio in scaletta comprende proprio alcuni storici successi dei Police, per i quali ogni “quarto strumento” sarebbe superfluo. E anche i celebri brani prescelti per la serata dalla sua prolifica carriera da solista prendono vita in una felice combinazione 1+3: voce, basso, chitarra e batteria.
Lo Sting “bassanese” parte con una delle canzoni che hanno proiettato i Police in vetta al mondo: Message in a Bottle, il cui giro di basso è letteralmente da paura. Il concerto è appena iniziato è già il pubblico si mette a cantare con lui. Ricordo che Message è del 1979: da quando è uscito il disco è passato quindi quasi mezzo secolo. So che sto per scandalizzare i melomani puristi, ma anche questa è musica classica.
Rispetto all’esibizione molto rock e molto glamour (ai limiti del kitsch consapevole) di Rod Stewart dello scorso 2 luglio, quella di Sting è molto più intima, quasi un “a tu per tu” fra il cantautore britannico e gli 8.500 accorsi da ogni dove, Russia compresa – si legga il mio articolo precedente –, per ascoltarlo. Mister Gordon Sumner sa benissimo che basta intonare le prime note di qualsiasi suo successo per entrare in empatia con i suoi fans, ma senza atteggiamenti da popstar e quindi senza tirarsela.
Non esistono “due” Sting, vale a dire uno prima e uno dopo la carriera coi Police ma esiste uno Sting per tutte le stagioni, che dopo i sette anni di successi con la band che lo ha consacrato, di cui è stato il frontman e compositore, ha continuato a percorrere nuovi generi e nuovi orizzonti ampliando sempre i confini dell’innovazione musicale. La set list – ovvero la scaletta, per i non addetti ai lavori – del suo concerto bassanese è quindi un viaggio nel tempo tra la sua prima e la sua assai più lunga seconda vita musicale, di cui ciascuna delle due non può fare a meno dell’altra.
Musica per le orecchie, in tutti i sensi, di chi queste canzoni le conosce a memoria e che altro non attende che riascoltarle dal vivo. Da If I Ever Lose My Faith in You a Englishman in New York, da Every Little Thing She Does is Magic a Fields of Gold e da Wrapped Around Your Finger a Can’t Stand Losing You, passando per Shape Of My Heart, So Lonely e Desert Rose. E anche in un brano molto più jazz e meno universalmente conosciuto come Never Coming Home l’affiatamento fra i tre musicisti sul palco raggiunge livelli impressionanti.
La svolta del grande appuntamento del Bassano Music Park – onore e gloria alla DuePunti Eventi che lo ha organizzato – è quando Sting canta Brand New Day e invita il pubblico ad alzarsi in piedi. È il segnale di un “rompete le righe” con conseguente assembramento di spettatori danzanti sotto il palco, scattati in stile Usain Bolt dai primi settori della platea per conquistare una zolla di Parco e godersi il finale del concerto a distanza più ravvicinata dal Terminator della chitarra basso.
E la scaletta ufficiale della serata, per la gioia degli 8.500 astanti, non può che concludersi con la canzone più famosa dello Sting dei Police e in quanto tale più attesa: Every Breath You Take, sul reale significato del cui testo (canzone d’amore o ossessione di uno stalker?) si stanno interrogando ancora oggi i Policeologi di tutto il mondo.
Ma il vero “bonus” della serata, davvero irripetibile in tutte le altre date del World Tour “Sting 3.0”, avviene al momento dei due bis. Il primo dei quali è Roxanne, altro famosissimo pezzone Policiesco. Durante il quale mister Sumner, dopo avere invitato per l’ennesima volta il pubblico a ripetere le sue parole, parte con una variazione sul tema intonando più volte a ritmo il nome “Roxanne…Roxanne…Roxanne…” che diventa improvvisamente “Bassano…del Grappa…Bassano…Bassano…Bassano…”. Che ha la stessa metrica musicale e anche un’assonanza con “Roxanne”. E così, l’ottava città del Veneto entra inaspettatamente nel repertorio live del celebrato cantautore e polistrumentista inglese.
Il secondo e ultimo bis dell’Englishman in Bassano è l’apoteosi. L’artista abbandona la chitarra basso con cui si è esibito fino adesso e prende la chitarra a sei corde, dimostrando la sua abilità anche di chitarrista acustico. Parte Fragile, la sua ballad capolavoro. E non serve dire altro. Dopo l’ultima, inconfondibile nota “alta” della canzone il protagonista, sommerso da un mare di applausi, si accomiata: “Ciao Bassano, grazie!” Prego, Sting. Non c’è di che. È stato veramente un piacere.








