Il gioco di parole è semplice e diretto: WARning. Significa “avvertimento” in inglese e le prime tre lettere in maiuscolo, WAR, significano ovviamente “guerra”. È il titolo della mostra che da oggi e fino al 31 maggio è allestita al Museo del Tabacco a Carpanè (aperta il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18). Meno semplice, almeno per noi italiani, è invece il nome dell’artista protagonista dell’evento espositivo: Nasser Teymourpour.
Nasser è iraniano, originario della città di Ilam, nella parte occidentale del Paese, non lontana dal confine con l’Iraq. Espatriato ormai da tempo dall’Iran dei pasdaran, per 17 anni ha vissuto a Londra, al punto da presentarsi nel suo sito internet come “artista e designer multidisciplinare britannico/iraniano”. Noto soprattutto come artista concettuale, ha esposto le sue opere in tutto il mondo, dalla Fitzrovia Gallery di Londra al Museo d’Arte Contemporanea di Teheran. Ora, da qualche mese, risiede da queste parti, in Comune di Valbrenta. Come mai questo enorme salto culturale alla rovescia da una metropoli internazionale a un angolo di Vallata ovvero dal Tamigi al Brenta?
Per conversare con lui al telefono lo devi chiamare con WhatsApp ad un numero del Regno Unito e devi ancora parlargli in inglese. Nasser mi racconta che dopo la Brexit la vita a Londra è diventata troppo cara e meno piacevole rispetto a prima. Ma lui è anche un grande amante della natura ed è capitato che alcuni amici gli hanno proposto di trasferirsi almeno per un po’, assieme a sua moglie, nella loro casa estiva in Valbrenta. “Come and try”, “Vieni a provare”, gli hanno detto. Lui è venuto, ha provato, e in Valbrenta si è sentito a casa. Bye-bye Big Ben, Welcome to Brenta Valley.
La mostra WARning, realizzata con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Valbrenta, non è un’esposizione sul volto diretto della guerra, con raffigurazioni delle distruzioni visibili dei conflitti, ma un’indagine sui diversi livelli della sua manifestazione, che si confrontano con la logica che la rende possibile. “Per me, la guerra – dichiara l’artista – non è un fenomeno a un solo livello: prende forma nel discorso sociale, si manifesta nella realtà politica e viene purificata nella propaganda. Ciò che sperimentiamo è spesso il risultato dell’intersezione tra questi livelli, lasciando ferite di natura diversa.” Ferite, squarci, segni e simboli che si incrociano nelle sue creazioni, con un linguaggio multimediale che spazia dal disegno alla scultura, fino al video. In WARning, lo spettatore non si confronta quindi con immagini della guerra, ma con le condizioni attraverso cui la guerra diventa visibile, comprensibile e, infine, accettabile. Una mostra che fa riflettere, a cominciare dalle opere esposte sulle finestre della sala.
“Queste opere fanno parte di un progetto sulle vittime di guerra – mi spiega l’autore –. Su tre finestre si trovano i ritratti di tre soldati di differenti periodi: della Prima Guerra Mondiale, della Seconda Guerra Mondiale e un soldato di oggi. I ritratti sono stati realizzati sparando sulla carta. Con questo ho voluto rappresentare i soldati che sono vissuti e morti per combattere, in un monumento che non è una statua di bronzo ma la raffigurazione del processo violento della guerra da cui hanno acquisito la loro stessa identità.” “Sulle finestre nel lato opposto – prosegue l’artista – possiamo invece vedere l’altra faccia della guerra, quella dei civili e delle famiglie dei soldati. Sono tre disegni: nel primo c’è una madre con il figlio, nel secondo c’è solo il figlio mentre il terzo è un foglio di carta vuoto. Sono anche loro vittime, che si dissolvono nell’ombra della guerra.”
Nelle altre opere in mostra, Nasser Teymourpour si focalizza invece sulla guerra in corso in Iran “che è una guerra molto complicata”.
“Per prima cosa – afferma –, molti iraniani supportano questa guerra perché sono stufi del regime. Si sentono disperati e vogliono realmente sbarazzarsi del regime ad ogni costo. Questo ha diviso la società iraniana in due punti di vista totalmente differenti: chi sostiene la guerra e chi non la vuole. Io stesso, ad esempio, ho manifestato per 16 anni contro il regime ma non sostengo la guerra perché non penso che porti la libertà, né tantomeno la pace. Queste due narrazioni opposte stanno dividendo il popolo iraniano.” “È una situazione molto strana per noi – continua Nasser –. Da una parte abbiamo la gente che chiede ad USA e Israele di bombardare il loro stesso Paese, dall’altra altra c’è molta gente che sostiene il regime e infine c’è gente, come me, che si trova a stare in mezzo a queste due battaglie. Devo anche scontrarmi coi sostenitori monarchici che vogliono il ritorno dello Scià. Con questa guerra il governo iraniano ha trovato un nuovo potere e il caos che hanno fatto con l’energia avrà conseguenze che qui in Europa dureranno a lungo, anche se la guerra finisse oggi. La guerra ha reso il regime più forte e ha diviso la società.”
“Tutte le conquiste sociali che abbiamo fatto, come i movimenti per la libertà delle donne, stanno andando a rotoli – ammonisce Teymourpour – perché il regime ha preso a governare diversamente. C’è una situazione di guerra e stanno radicalmente sopprimendo qualsiasi movimento, possono uccidere e imprigionare le persone senza alcun rimpianto, etichettandole come “nemici”. In questa mostra, voglio che il pubblico veda la complessità della situazione in Iran, oltre a quello che vede o legge sugli organi di stampa che presentano da una parte la gente favorevole alla guerra e dall’altra i sostenitori del regime ma non la “terza narrazione”, a cui io credo io, che è contro le prime due. Penso che sia importante per i Paesi europei capire la situazione. E l’unico linguaggio che io ho per spiegarla è l’arte.”
Salvate il soldato Ryan? No, basta fare un piccolo anagramma sostituendo la “y” con la “i”: Salvate il soldato Iran.



