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Caporalato: nuova frontiera dello sfruttamento

Il reato di caporalato, lo sfruttamento dei lavoratori e un mercato nero da miliardi di euro. Analisi di un fenomeno, presente anche in Veneto, talmente vecchio da essere tornato nuovo.

Domenico Riccio Domenico Riccio
  • Giu 8, 2026

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Foto di Nel Ranoko su Unsplash

In questi giorni la cronaca nazionale ha riportato alla luce il fenomeno del caporalato quando quattro braccianti, tra i 19 e i 29 anni, sono stati arsi vivi in un minivan ad Amendolara, in Calabria, per essersi ribellati alla condizione di sfruttamento che subivano, chiedendo semplicemente un contratto di lavoro.

Anche la cronaca locale ha avuto da fare quando un operaio di 56 anni che lavorava in nero è stato abbandonato sanguinante e con le ossa rotte vicino all’ospedale di Bassano dopo un’incidente sul lavoro. Conosciamo la cronaca recente, ma sicuramente non sono casi isolati. Questa è solo la punta di un iceberg che cresce da decenni.

Il caporalato è un sistema sempre più complesso che sfrutta cooperative, appalti truccati o simulati e società create col solo scopo di abbattere in maniera artificiale il costo del lavoro.

Secondo il “Rapporto sul contrasto al lavoro nero e al caporalato” della Guardia di Finanza, nel solo 2025 sono stati individuati circa 12.000 lavoratori in nero e 16.000 lavoratori irregolari legati a questa pratica. Nel rapporto delle fiamme gialle viene descritto un sistema basato sulla “interposizione illecita di manodopera”, un modo di ridurre illegalmente il costo del lavoro tramite il mancato pagamento di imposte e contributi. Le forze dell’ordine hanno rimarcato coi loro dati che, a differenza di quello che pensano i più, il fenomeno non è legato solo ed esclusivamente alla criminalità organizzata.

In Veneto gli episodi conclamati (quelli quindi denunciati e su cui sono state effettuate delle indagini) di caporalato nel 2025 sono stati 14, tutti con la stessa matrice e le stesse pratiche: sfruttare il lavoro di chi è troppo debole per ribellarsi e, se alla fine decide comunque di provare a far valere i propri diritti, passare alle minacce e alle aggressioni o direttamente all’omicidio per rimettere in riga i lavoratori.

Nella nostra regione, oltre ai braccianti agricoli, sono stati denunciati casi di aziende che si occupano della logistica, dei trasporti e degli appalti di servizi.

Se ne è occupata formalmente anche la IV commissione consiliare della Regione Veneto, che nel rapporto “Sfruttamento del lavoro e caporalato in Veneto” del marzo 2025 ha analizzato il fenomeno partendo dal caso della Grafica Veneta, società che sfruttava dei lavoratori pakistani tramite la cooperativa BM Service.

Secondo il report: “Le indagini della procura di Padova hanno rivelato che i lavoratori, assunti in appalto, erano sottoposti a turni di lavoro estenuanti, fino a 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, senza riposi, ferie o permessi. Le retribuzioni erano men che misere: meno di 4 euro all’ora, in alcuni casi anche 2,50 euro. I lavoratori erano costretti dalle circostanze a vivere in alloggi degradanti: abitazioni sovraffollate, con 10-12 persone stipate in poche stanze, per cui venivano trattenuti dai salari tra i 150 e i 200 euro al mese. Inoltre, i lavoratori venivano sorvegliati, minacciati e, in alcuni casi, picchiati per aver denunciato le condizioni di lavoro”.

Oltre a questo caso specifico, nel documento della Regione vengono affrontati molti altri episodi legati al territorio, che portano alla luce un mondo sommerso fatto di violenza e sfruttamento, di certo non dei casi isolati quanto invece un vero e proprio sistema in crescita.

Più in generale, il lavoro nero in Veneto assume dei numeri enormi anche se la nostra è una delle regioni dove il sommerso pesa meno, con un tasso di irregolarità del 7.2% (solo la provincia autonoma di Bolzano e la Lombardia fanno meglio in Italia), che coinvolge circa 169.000 lavoratori. Il volume d’affari riconducibile al lavoro irregolare ammonta però a 5,2 miliardi di euro all’anno. Non è un fenomeno legato solo al caporalato. Il lavoro nero è ormai una forma mentis per troppe persone.

Pagare meno imposte, pagare meno contributi, pagare meno i lavoratori. Il tutto finalizzato a pagare meno il prodotto finale al supermercato, in un negozio o quando ce lo spediscono a casa pagando meno anche il corriere che ce lo consegna. Troppo spesso vogliamo però dimenticare che quello sconto che vediamo sul prezzo di vendita lo sta pagando qualcun altro. Lo sta pagando un lavoratore che viene sfruttato 12 ore al giorno, senza alcun diritto, che se si fa male viene abbandonato per strada e che se prova a ribellarsi viene picchiato e bruciato vivo in un auto.

Qualcuno potrebbe domandarsi se vale davvero la pena avere quel risparmio nel nostro portafoglio sapendo tutto questo. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi quanto costa oggi la nostra coscienza.

Domenico Riccio

“Ho lavorato come Responsabile Comunicazione in ambito politico per anni, poi ho deciso di fare il salto dall’altro lato. Appassionato di politica, storia e citazioni. Vedo il giornalismo come l’arte di raccontare la verità, non formare opinioni.”