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Violenza tra i giovani, analisi di un fenomeno

Un fenomeno in rapida ascesa che coglie impreparati gli adulti e le istituzioni. Cosa sappiamo e cosa possiamo fare per cambiare rotta.

Domenico Riccio Domenico Riccio
  • Mag 19, 2026

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Immagine di drobotdean su Magnific

Da anni si parla del fenomeno della violenza tra i giovani così come di quello delle baby gang e Bassano del Grappa non è certo immune a questi episodi che sempre più spesso negli anni si sono ripresentati, soprattutto in zona Centro Studi e in centro città. La fermata degli autobus in via Rosmini, così come quella di fronte alla stazione ferroviaria, negli ultimi mesi è stata come una location da film, visto che molti di questi episodi vengono ripresi da altri ragazzi e postati poi sui social. In questi video si nota come i protagonisti di queste risse siano ragazzi e ragazze tra i 13 e i 17 anni. Giovanissimi, delle volte così giovani da non essere neanche imputabili.

Per questo motivo il 17 marzo il Comune di Bassano ha convocato un tavolo d’emergenza con il sindaco Finco, i dirigenti scolastici, i rappresentanti dei genitori, degli studenti e delle forze dell’ordine, con l’obiettivo dichiarato di trovare una chiave di svolta a questa situazione. La paura è quella che questi episodi rappresentino una palestra per una futura criminalità.

La domanda che sorge è: ma è davvero così? Analizziamo questo fenomeno.

La violenza giovanile si manifesta in modi molto diversi da loro, con una matrice comune: dalla violenza territoriale delle baby gang, alle dinamiche relazionali del bullismo e del cyberbullismo, fino alle aggressioni a scuola, anche a danno degli insegnanti. A questi fenomeni si aggiungono anche la “dating violence” (l’abuso nelle prime relazioni sentimentali), le challenge estreme sui social e il vandalismo gratuito. Infine, il fenomeno della violenza performativa: aggressioni fisiche commesse con l’unico scopo di essere filmate e rese virali, trasformando l’atto violento in contenuto digitale.

Secondo un dossier realizzato da Transcrime, centro di ricerca universitario sulla criminalità internazionale, le baby gang in Italia sono composte prevalentemente da giovani italiani (il rapporto con le gang di origine straniera è di 1 a 3) con un numero di membri inferiore alla decina, quasi tutti tra i 15 e i 17 anni, prevalentemente al Nord Italia. Sono gruppi che vengono coinvolti in risse, percosse e lesioni, con una minoranza che arrivano poi a furti e rapine a danni dei coetanei.

I dati sono preoccupanti anche quando si parla dei singoli: secondi il report di ESPAD Italia (European School Survey Project on Alcohol and other Drugs) nel 2025 circa il 40% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha partecipato ad una rissa, dato che ci riporta a quasi un milione di studenti nel nostro Paese. Questa escalation rivela un altro dato impressionante, cioè il mutamento nelle dinamiche di genere. Anche se i maschi restano la maggioranza, gli atti di violenza fisica grave compiuti da studentesse sono raddoppiati negli ultimi cinque anni. Numeri spaventosi.

Ma quali sono le cause di questa violenza? Secondo lo stesso studio di ESPAD Italia, al centro di questo problema si colloca la povertà educativa, un concetto che non riguarda solo l’abbandono scolastico, ma coinvolge tutte le carenze di strumenti critici ed emotivi necessari per interpretare la realtà e gestire i conflitti. In parola povere, secondo gli esperti i giovani non sono più in grado di esprimere la propria frustrazione, la tristezza o la semplice noia, finendo per usare il corpo (e la violenza) come linguaggio.

I ragazzi e le ragazze cercano un confine che li definisca e, in assenza di guide educative forti o di percorsi simbolici sani, lo scontro fisico diventa un rito di passaggio alternativo. È un modo brutale di occupare uno spazio fisico e gridare la loro presenza e il loro disagio ad un mondo che nella loro percezione sembra non avere posto per loro.

Molti adolescenti vivono una profonda difficoltà ad esprimere ciò che provano, spinti al limite da una società che impone di “essere qualcuno” a tutti i costi. L’atto violento, spesso ripreso e postato sui social, diventa il modo più facile di auto affermarsi per uscire dall’anonimato e diventare potenti e visibili anche solo per il tempo in cui un contenuto diventa virale. Una versione molto deviata dei “15 minuti di fama” profetizzati da Andy Warhol alla fine degli anni ’60.

Per prevenire questo disagio, l’unica risposta che possiamo dare come società è uscire dal solo meccanismo della punizione. Dobbiamo dare ai ragazzi una vera e propria cassetta degli attrezzi emotiva, insegnargli che l’altro non è un nemico da eliminare, che la vitalità di un contenuto social non è identità e che la sofferenza di qualcun altro non può essere ridotta ad un like.

È fondamentale anche il presidio territoriale, fatto di prevenzione ma soprattutto di presidi sociali dove gli adolescenti possano trovare modelli positivi di appartenenza e aggregazione, luoghi che siano un’alternativa alla marginalità o alla logica del branco. Un ruolo fondamentale lo deve avere ancora la scuola, che deve essere oggi più che mai il luogo delle domande, dei sogni e del confronto sia tra ragazzi che con gli adulti.

È un percorso lento, lungo e difficile, ma necessario. Perché ogni volta che la violenza vince, l’intera società perde un pezzo importante del proprio futuro.

Domenico Riccio

“Ho lavorato come Responsabile Comunicazione in ambito politico per anni, poi ho deciso di fare il salto dall’altro lato. Appassionato di politica, storia e citazioni. Vedo il giornalismo come l’arte di raccontare la verità, non formare opinioni.”