In un intervento alla festa di Gioventù Nazionale, la sezione giovanile di Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha anticipato alcune proposte sulla scuola che il governo intende presentare in uno dei prossimi Consigli dei ministri: “Sta per arrivare un provvedimento che introduce, per legge, il numero massimo di studenti stranieri per classe”.
Meloni ha poi aggiunto altre due proposte: l’obbligo per i genitori di studenti stranieri “con gravi problemi di inserimento scolastico” (senza spiegare quali possano essere) di imparare l’italiano e il divieto di indossare burqa e niqab, due tipi di velo integrale utilizzati dalla donne musulmane per coprire integralmente il viso e il corpo.
La nuova legge riguarderebbe quindi i circa 900.000 studenti stranieri in Italia, sui quasi 8 milioni totali. Parliamo di meno del 12% degli studenti, anche se le differenze numeriche variano da regione a regione. In Veneto la percentuale di studenti stranieri rispecchia la media nazionale, con Vicenza più in basso con il 10.5% e Bassano ancora più giù con 8.5% (fonte dati: Ministero dell’Istruzione).
In realtà un limite simile esiste dal 2010, quando la ministra dell’Istruzione era Mariastella Gelmini, che in una circolare ministeriale fissava il limite di studenti stranieri per classe al 30%, per favorirne l’integrazione. L’attuale governo vuole invece approvare una legge apposita.
Una proposta che sembra voler rincorrere quella del deputato Rossano Sasso di Futuro Nazionale, per evitare che il partito del generale Vannacci si presenti come l’unico vero partito di destra e rubi voti a Meloni e alla coalizione di centrodestra che guida il governo.
Anche quella sull’uso di burqa e niqab sembra una proposta più propagandistica che reale, visto che in Italia sono pochissime le donne che usano questo tipo di velo integrale. Non ci sono dati certi forniti da organi di governo, ma l’ultima volta che il Ministero dell’Interno si era occupato della cosa (nel 2010) l’unico appunto fornito diceva che in Italia circolano meno donne con veli integrali rispetto alla Francia, dove sono stimate tra le 300 e le 2.000.
Il burqa è diffuso soprattutto in Afghanistan e in Pakistan, mentre il niqab nei paesi del golfo Persico. Entrambi sono molto differenti dal più diffuso hijab, il tradizionale velo islamico che copre il capo e il collo delle donne islamiche che hanno raggiunto la pubertà.
Torniamo però al numero di stranieri nelle classi italiane. Soprattutto nelle grandi città, gli immigrati tendono a vivere negli stessi quartieri per mantenere un senso di comunità (anche per i problemi legati ad integrazione e xenofobia diffusi), quindi i figli, anche se nati in Italia e quindi considerati come italiani di seconda generazione e con un’ottima conoscenza della nostra lingua, vanno tutti nelle stesse scuole.
Il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, ha riferito all’ANSA che un tetto di questo tipo può anche essere “condivisibile dal punto di vista della didattica”, ma che poi ci sarebbero dei problemi logistici non trascurabili: “Se gli studenti vanno nella scuola più vicina a casa loro, cosa bisogna fare? Mandarli via?”
Oltre alla questione geografica, resta un ulteriore dubbio agli addetti ai lavori. Il ministro dell’Istruzione Valditara ha specificato che il criterio per la limitazione sarà “puramente linguistico”. Quello che non ha spiegato è come questa capacità di parlare italiano sarà valutata, tantomeno da chi dovrebbe essere valutata, visto che non rientra nei criteri di iscrizione a scuola.
A rispondere per primo alla proposta lanciata dalla presidente del Consiglio Meloni è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico presso l’Istituto Omnicomprensivo Sergio Marchionne di Amatrice.
“La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di immigrati. La scuola prepara tutti, è aperta a tutti come dispone l’art. 34 della Costituzione”. Sono alcune delle frasi del discorso del presidente Mattarella.
Meno giri di parole per il segretario generale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), monsignor Giuseppe Baturi, che alla fine dei lavori del Consiglio episcopale ha dichiarato alla stampa: “C’è preoccupazione tra i vescovi che gli slogan e le radicalizzazioni di quella che ormai è apertamente campagna elettorale mettano a rischio la pacifica convivenza sociale, quando invece sarebbe bello se vi fosse convergenza su alcuni punti come la scuola, la lotta alla povertà. Papa Francesco parlava di amicizia sociale”.
Anche le opposizioni non hanno fatto mancare il loro disappunto ad una legge del genere, anticipando il dibattito parlamentare, che a questo punto sarà con ogni probabilità una rincorsa all’estremo tra chi cerca di trascinare il governo sempre più a destra (ogni riferimento a cose, persone e Vannacci vari è puramente casuale) e chi cercherà di portare il discorso sul piano dell’integrazione sociale. Dopotutto fu proprio Papa Francesco a dire che “La scuola ci insegna a capire la realtà”.

