L’orologio segnava le 1:23 del 26 aprile 1986 quando il reattore numero 4 dell’impianto per la produzione di energia nucleare “Vladimir Il’ič Lenin” esplose.
Dopo 40 anni però sappiamo ancora poco di quello che successe quella sera. Quello che sappiamo per certo è che l’incidente è l’unico evento, insieme a quello di Fukushima Dai-ichi del 2011, a essere classificato al settimo livello della scala di catastrofi INES (International Nuclear and radiological Event Scale).
La centrale di Černobyl’ si trova oggi in Ucraina, anche se all’epoca era ancora parte dell’Unione Sovietica, e ricadeva nella municipalità di quella che diventerà la più grande città fantasma del mondo, Pryp”jat’. L’incidente avvenne durante un test di sicurezza e la causa del disastro, semplificando al massimo e rischiando di far venire un infarto a qualsiasi fisico nucleare del mondo, furono degli errori di progettazione nelle centrali RBMK sovietiche uniti a errori umani dovuti ad un personale non qualificato per lo svolgimento del test di sicurezza. Personale che violò molte delle norme dettate dai protocolli di sicurezza.
Dopotutto il direttore dell’impianto Viktor Brjuchanov era un ingegnere elettrico che non aveva mai lavorato in un impianto nucleare, l’ingegnere capo Nikolaj Fomin aveva una laurea in ingegneria nucleare presa per corrispondenza e nessuna esperienza sul campo, mentre il vicecapo ingegnere Anatolij Djatlov era esperto di propulsione nucleare navale, non di impianti civili. Se vi state chiedendo come fosse possibile, la risposta è semplice: erano uomini del partito comunista sovietico, messi in ruoli di responsabilità non per le loro capacità ma per la fedeltà al partito. Se hanno perso la guerra fredda ci sarà un motivo…
La nuvola di materiale radioattivo prodotta dall’esplosione di quella notte si diffuse non solo nelle zone circostanti la centrale di Černobyl’, ma livelli di radiazione alti furono registrati in tutta Europa, fino alla costa Atlantica degli Stati Uniti.
Di conseguenza, i più attempati dei nostri lettori ricorderanno forse alcune delle precauzioni che furono suggerite dalle autorità in quel periodo. Il governo italiano, nonostante i quasi 2.000 km che separavano Pryp”jat’ dai nostri confini, impose il divieto assoluto di mangiare verdure a foglia larga e anche restrizioni sul consumo sia di latte fresco che di prodotti caseari come formaggi e latticini, soprattutto per le donne incinte e per i bambini, e di lavare molto accuratamente tutta la frutta e la verdura che veniva consumata. Venne inoltre raccomandato alle persone di non far giocare i bambini all’aperto nei prati o a contatto col terreno.
Tutte queste imposizioni e raccomandazioni fecero nascere negli italiani la paura che l’apocalisse fosse alle porte, il tenore degli articoli e dei servizi dei telegiornali era da clima di terrore, portando addirittura ad un drastico calo delle nascite nei primi mesi del 1987 per paura di veder nascere bambini deformi o con malattie gravi legate all’esposizione da radiazioni. Quella notte dell’aprile 1986 la paura del nucleare si intrufolò senza bussare nelle case degli italiani con una forza senza precedenti, tanto da condizionare scelte politiche, abitudini quotidiane e la stessa percezione collettiva dell’energia nucleare, considerata da quel momento non più sicura.
Non meraviglia quindi che il referendum che seguì nel 1987 sull’uso dell’energia nucleare vide i contrari raggiungere l’80%. Contrari che raggiunsero il 94% nel referendum del 2011, che arrivò però dopo l’incidente di Fukushima del 2011 provocato da un terremoto e dal conseguente maremoto. Quello che viene da domandarsi è se fosse corretto chiedere una votazione popolare, quasi sempre dettata dalle emozioni, in entrambi i casi dopo incidenti che riguardavano quel settore.
Oggi gli studi dimostrano che non solo il nucleare rientra tra le categorie più sicure per la produzione di energia, ma anche tra quelle più ecologiche con un rapporto tra emissioni di carbonio e morti rapportabili spesso inferiori anche alla produzione idroelettrica. I reattori moderni (di III e IV generazione) sono progettati con sistemi di sicurezza passivi che rendono gli incidenti quasi impossibili, con percentuali da prefisso telefonico (il famoso zero virgola percento).
In un contesto geopolitico come quello che stiamo vivendo, con i mercati energetici in balia delle scelte di politici non sempre assennati, forse discutere di nucleare lasciando da parte le emozioni e affidandosi alla scienza potrebbe rappresentare un passo avanti per l’efficienza energetica del nostro paese.
Černobyl’ fu un incidente devastante, ma forse continuare ad ignorare il nucleare per paura non è la scelta più saggia da fare oggi. D’altronde continuiamo a viaggiare in aereo anche dopo il disastro del Concorde così come continuiamo ad usare le navi anche dopo l’affondamento del Titanic.
Che sia ora di guardare al futuro? Ai lettori l’ardua sentenza.
