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2026: Caramea nello Spazio

“Lo scarto che resta”. Alla Chiesetta dell’Angelo il terzo e ultimo atto del ciclo di mostre “Extra Omnes” dell’associazione Dif.fusione. Un’installazione dell’artista Luisa Caldwell con oltre 10mila cartine di caramelle, in gran parte raccolte per terra a Bassano, unite in forma di astronave e con la conturbante trama sonora di Giulio Patuzzi.

Alessandro Tich Alessandro Tich
  • Ott 10, 2026

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Foto di Alessandro Tich

Avete presente le ventimila leghe sotto i mari? Noi invece abbiamo le diecimila caramelle nello spazio. Anzi, per l’esattezza: oltre 10mila coloratissime cartine di caramelle, annodate in modo da sembrare delle leggiadre farfalle e appese a dei fili estremamente sottili, che nella visione d’insieme formano una sorta di astronave aliena, resa ancora più fantasmagorica dalla particolare illuminazione dell’ambiente e soprattutto dalla “trama sonora” che si diffonde tutt’intorno e che turba volutamente l’orecchio e l’animo del visitatore.

È l’installazione che trasforma la Chiesetta dell’Angelo in un episodio della storica serie televisiva UFO. Ma gli alieni, in questo caso, siamo noi: una moltitudine di esseri umani, anonimi e sconosciuti, che gettando quelle cartine a terra, infischiandosene della buona educazione, hanno inconsapevolmente reso possibile la creazione dell’opera.

Già: perché Luisa Caldwell, l’autrice dell’installazione, la gran parte di quelle oltre 10mila cartine di caramelle le ha trovate e raccolte per terra, sulla strada e sull’erba, a Bassano del Grappa. E la raccolta è durata per anni, segno di una perdurante inciviltà nella dispersione di scarti nell’ambiente. Il resto degli incarti trasformati in farfalle le è stato donato da altre persone, sempre di Bassano, che li hanno appositamente collezionati per lei. Tutti insieme appassionatamente.

Siamo all’inaugurazione dell’originale e imponente creazione allestita alla Chiesetta dell’Angelo, in una esposizione non a caso intitolata “Lo scarto che resta”, aperta al pubblico in questo mese di ottobre. Si tratta del terzo e ultimo atto del trittico di mostre “Extra Omnes”, ideato e organizzato per il 2026 dall’associazione Dif.fusione Aps, attiva in città dal 2022 per la promozione dell’arte contemporanea.

Il ciclo di “Extra Omnes” ha voluto proporre un percorso “dal figurativo all’assenza di ogni figura umana”. Nelle due precedenti mostre, la figura umana è diventata prima “maschera di sé stessa” e poi “fare senza volto”. Lo so che può apparire un po’ cervellotico ma coi linguaggi criptici dell’arte contemporanea è sempre così.

In questo terzo ed ultimo episodio la figura umana scompare del tutto, ma non le sue tracce disperse nell’ambiente che si trasfigurano in una piccola cattedrale di farfalle nella forma percepita di un santuario spaziale.

L’inaugurazione di “Extra Omnes Atto III° – Lo scarto che resta” viene introdotta a nome di tutta la squadra di Dif.fusione Aps (gli altri soci sono Ruggero Bizzotto, Claudio Brunello, Natalia Danci, Francesca De Marchi Olivieri, Daniele Polita e Aurora Sindico) dal vicepresidente dell’associazione Matteo Bizzotto Montieni e dal presidente Romano Zanon. Quest’ultimo offre una prima chiave di lettura al senso dell’installazione, affermando che “ogni essere umano lascia qualcosa di incompiuto e quell’incompiuto è l’involucro”.

Quindi Luisa Caldwell, con umorismo anglosassone, ringrazia “il Comune, Dif.fusione e tutta la gente che ha mangiato caramelle per me”. Infine Giulio Patuzzi, autore della trama sonora che “avvolge” l’esposizione, spiega l’origine artistica della sua creazione che è stata pensata appositamente per questa mostra.

Tutta l’installazione dello “scarto che resta” è un’opera site-specific, ispirata cioè sia allo spazio fisico della Chiesetta dell’Angelo, sia alla sua funzione originaria di luogo dedicato alla pratica spirituale. Si intitola Mothership, una “nave madre” scesa sulla Terra per cercare di spiegare l’universo e il nostro ruolo al suo interno. Ed è un’astronave dello spirito che non occupa lo spazio ma è uno spazio da occupare: ci si può camminare dentro, sentirsi “parte” del suo invisibile equipaggio. 

Delle caramelle che erano racchiuse in questi incarti e delle oltre 10mila persone che le hanno consumate rimane solo l’idea, l’illusione della memoria. Sono invece fisicamente visibili, ancora integri perché non destinati allo smaltimento dei rifiuti, i loro scarti. Sono i residui della civiltà dei consumi che come le bottiglie di plastica sono stati illusoriamente eliminati dalla nostra vita quotidiana ma in realtà continueranno ad esistere, in varie forme, molto più a lungo di noi.

La forma della scultura parte da un cilindro alto (“un raggio di luce”) circondato da una struttura più bassa dalla quale si estendono quattro ali, simili agli archi rampanti di una chiesa. Il tutto costellato da oltre 10mila farfalle di carta. E così, come d’incanto – anzi, pardon: come d’incarto – ci troviamo al cospetto di una lucente cattedrale nel deserto cosmico.

Si aggiunge alla suggestione dell’insieme la già citata trama sonora prodotta, sempre ad hoc, da Giulio Patuzzi. Per questo terzo atto, l’autore ha voluto realizzare il rumore del quotidiano in un’ambientazione “eterea e dilatata”, in un flusso continuo di suoni intitolato Entropie. Utilizzando la cosiddetta Scala di Shepard, che è un modello di illusione auditiva che appare come un tono eternamente ascendente o discendente, ha lavorato su campioni di rumori urbani e sul fruscio delle carte di caramelle, manipolando la materia sonora “per proiettarla in una dimensione quasi cosmica, sospesa e priva di gravità”.

Ne risulta una produzione sonora inquietante, cinematografica, da kolossal intergalattico. Ascoltandola, mi sembra di rivivere la lunga sequenza di 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, resa ancora più angosciante dalla colonna sonora di György Ligeti, quando l’astronauta Dave Bowman compie l’ultimo tratto del suo viaggio nell’infinito, risucchiato a bordo della sua capsula in un corridoio di luce psichedelico che dall’universo oltre Giove lo trasporta nella stanza spazio-temporale delle ultime scene del film.

Mi perdoni il sommo Stanley, di cui io sono un fan assoluto, ma qui a Bassano stiamo assistendo ad un remake del suo capolavoro: 2026: Caramea nello Spazio.

La mostra in Chiesetta è anche l’occasione per scoprire la figura di Luisa Caldwell, la cui storia meriterebbe un articolo a parte. Statunitense di origine, abita a Pove del Grappa ed è nata a Charleston, nel West Virginia, da madre bassanese, Stellina Hinter Wipflinger, e da padre americano, che conobbe la sua futura sposa negli anni ‘50 quand’era un militare di stanza alla Ederle di Vicenza. Luisa mi dice con orgoglio che il suo bisnonno materno, Ottone Wipflinger, è stato il fondatore della storica e tutt’oggi rinomata Birraria Ottone. Sono radici che non si sradicano.

Giulio Patuzzi è invece un bassanese Doc. Diplomatosi al Conservatorio di Vicenza, dopo un quinquennio di studi in elettronica e produzione audio, ha girato per alcuni anni all’estero per poi ritornare alla base. L’anno scorso ha realizzato una produzione sonora in occasione di un incontro alla Collezione Costenaro. Il caso ha voluto che a quell’evento fosse presente anche il presidente di Dif.fusione Romano Zanon, che gli ha proposto di comporre il materiale sonoro per questo terzo e ultimo atto di “Extra Omnes”. “Ringrazio per la fiducia”, ci tiene a dirmi Giulio.

In conclusione, ciò che colpisce – al di là dell’impatto visivo dell’opera e della sua ambientazione sonora – è proprio la genesi della realizzazione di Mothership, la “nave madre” composta da una miriade di incarti, diventati scarti, di caramelle di ogni genere e sorta.

Luisa Caldwell non li ha ordinati al negozio, non li ha comprati: in gran parte li ha trovati per terra e tutti gli altri li ha ricevuti da altre persone, senza spendere un centesimo per la materia prima della sua installazione. In un certo senso, e per fini totalmente creativi, è stato come se l’artista avesse avuto a disposizione oltre 10mila cartine di caramelle a scrocco.

A proposito: all’inaugurazione della mostra è intervenuta anche l’assessore alla Cultura Giada Pontarollo.

 

Alessandro Tich

Giornalista professionista da più di 30 anni, sostiene che il buon giornalismo è come un buon vino: migliora col tempo. Dirige la redazione con una visione lucida e curiosa e si pone nei confronti dell’attualità con uno sguardo dichiaratamente irriverente. Crede in una informazione rigorosa ma mai gessata, curando sempre con precisione le parole che scrive e cercando di attirare l’attenzione sin dalle prime righe dei suoi articoli. Insomma: un umile cronista, come ama definirsi, e un leggendario titolista.