Bassano del GrappaCultura
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Tutto d’un tratto

Vi spieghiamo perché la mostra di Giovanni Segantini a Bassano, al di là del suo successo di pubblico, è innanzitutto un’operazione culturale di prim’ordine.

Alessandro Tich Alessandro Tich
  • Gen 8, 2026

magzin magzin

Non scrivo questo articolo per promuovere la mostra di Segantini a Bassano.

Non ne ha bisogno. La mostra “Giovanni Segantini”, aperta lo scorso 25 ottobre e allestita al Museo Civico fino al prossimo 22 febbraio (giorno di chiusura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, a cui l’evento espositivo è collegato), di promozione ne ha già fatta e ne sta facendo una valanga, tanto per restare in tema di neve. Per questo veleggia già alla grande per conto proprio.

Oltre 40.000 biglietti d’ingresso – dato aggiornato a fine dicembre – sono la conferma oggettiva di un successo che ha richiamato a Bassano del Grappa una parte non indifferente del “popolo delle mostre”. Tutti insieme appassionatamente per ammirare le opere di questo gigante della pittura europea dell’800 che pur essendo stato un influencer dei pennelli del suo tempo non può di certo essere considerato uno degli artisti più noti al cosiddetto grande pubblico di oggi, quello che affolla le mostre-monstre del tipo “Da Picasso a Van Gogh” by Marco Goldin.

La mostra di Bassano offre proprio l’occasione per colmare questo gap di conoscenza nei confronti del grande pittore trentino. E la gente continua ad arrivare per conoscerlo, come per magia. Davvero un Fincantesimo. Pardon: un incantesimo.

Ne scrivo perché quella che all’apparenza potrebbe definirsi una ben congegnata esposizione acchiappa-visitatori, e quindi concepita come una sorta di attrazione “artistico turistica”, è in realtà un’operazione culturale di prim’ordine.

Che in quanto tale merita la nostra attenzione al di là dei lusinghieri numeri del botteghino e dei trionfalistici bla bla, comunque giustificati, dell’amministrazione comunale che ha “voluto fortemente”, come da comunicato stampa diffuso all’inaugurazione, la realizzazione dell’evento.  

Esibiamone innanzitutto la carta d’identità: curata da Niccolò D’Agati, la mostra di Segantini è stata organizzata dalla Città di Bassano del Grappa e dai Musei Civici con il supporto della Galleria Civica G. Segantini di Arco e del Segantini Museum di St. Moritz, il contributo della Regione Veneto nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 e in collaborazione con la Regione Lombardia.

Espone ben un centinaio di opere provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private italiane ed europee – dal Musée d’Orsay di Parigi al Rijksmuseum di Amsterdam -, alcune delle quali rintracciate a distanza di oltre un secolo dalla loro realizzazione. Arricchisce il tutto il pregevole e corposo catalogo, gravido di contributi scientifici, pubblicato da Dario Cimorelli Editore.

Perché la mostra è innanzitutto e soprattutto un’interessante operazione culturale?

Elementare, Watson: perché fare cultura significa diffondere conoscenza.

Ed è questo il valore aggiunto di un’esposizione che getta luce sul “pittore della luce”, accompagnando per mano il visitatore alla scoperta della straordinaria evoluzione della sua produzione artistica, collegata al parallelo progresso delle tensioni culturali della sua epoca.

Perché Giovanni Segantini – nato ad Arco, in Trentino, nel 1858 e morto prematuramente sulle alture dello Schafberg, nell’Engadina svizzera, nel 1899 – è stato un maestro indiscusso del Divisionismo, il fenomeno artistico su cui mi soffermerò in breve più avanti.

Ma si tratta solo del punto culminante di un percorso di vita e di arte partito da lontano, che dalle nebbie di Milano è infine approdato sui luminosi sentieri della montagna, luogo fisico e simbolico della sua incessante ricerca espressiva.

Segantini ha iniziato infatti la sua carriera come pittore naturalista e prima di scoprire e di padroneggiare la figata tecnica e l’illusione ottica dei colori “divisi” ha condotto la sua ricca ed ispirata tavolozza in ben altre direzioni.

È tutto esposto in mostra a Bassano: a partire dagli esordi milanesi a Brera, coi suoi primi ma già sorprendenti dipinti, sospesi tra il “colorismo” emozionale ed immediato della Scapigliatura lombarda e il realismo figurativo del Naturalismo. Ritratti, nature morte, scene di vita meneghina, interni di chiese, vedute dei Navigli: sono le chiavi di avviamento di un talento pittorico in progress che già da allora dimostrava la sua capacità di trasformare il colore in luce.

A Milano nacque l’amicizia e la collaborazione di Segantini col gallerista nonché suo mentore e sostenitore Vittore Grubicy De Dragon, figura chiave della crescita artistica del pittore che avrebbe poi spalancato le porte al Divisionismo.  

I ritratti di Vittore Grubicy e dei suoi famigliari, dipinti dall’emergente autore di Arco ed esposti a Bassano, ma anche altre opere da lui realizzate in casa Grubicy o per i Grubicy, dimostrano il profondo legame di affinità tra queste due figure così diverse, per carattere e per censo, eppure così complementari.

Giovanni Segantini, come ogni anima creativa che si rispetti, non avrebbe poi impiegato tanto tempo a smentire sé stesso.

Trasferitosi in Brianza nel 1880, qui cambiò radicalmente la sua concezione del colore per dedicarsi a una pittura più malinconica e sentimentale, fatta più di ombre che di luci e dedicata principalmente ai motivi pastorali: greggi al pascolo, scene di vita contadina, tramonti e temporali sulla campagna.

È la fase nella quale il pittore ha tradotto sulla tela un crescente interesse – che ha precorso la sensibilità “ecosostenibile” di oggi – per la Natura quale elemento di comunione tra uomo, paesaggio e animali.

In mostra vengono messi in luce anche i suoi contatti con l’arte di Jean-François Millet, il pittore francese famoso per i suoi dipinti e grafiche di realismo “rurale”, con le opere degli artisti della Scuola dell’Aja e con la produzione grafica di Vincent van Gogh. E proprio una grafica a soggetto contadino di van Gogh, il Semeur (“seminatore”), a sua volta ispirata a Millet e realizzata nel 1882, contemporanea alla residenza di Segantini in Brianza, è tra le opere esposte a Bassano.

Per la serie: scusate se è poco.

Ma il Giovanni Segantini più “spettacolare” è quello che si presenta ai nostri occhi nella sala superiore della mostra al Museo Civico. La sala è infatti l’apoteosi del Segantini divisionista: la svolta che lo ha consegnato alla storia dell’arte.

Trasferitosi nel 1886 a Savognin, nel cantone svizzero dei Grigioni, qui in mezzo alle montagne e ispirato dai colori intensi delle montagne stesse, ha rivoluzionato il suo uso del pennello. Anche grazie alle “dritte” del suo mentore e anch’egli pittore divisionista Vittore Grubicy, colpito dagli effetti ottici dei dipinti dei puntinisti francesi come Seurat e Signac e interessato alle nuove teorie e sperimentazioni scientifiche, in voga nell’Europa del tempo, sulla scomposizione dei colori.  

Le “molecole” del Divisionismo di Segantini non sono però puntini, ma trattini: minuscoli e filiformi segni costitutivi di una naturale ricerca della luce nel colore.

Una miriade di singole linee, ciascuna di un diverso colore puro, che accostate tutte insieme si fondono nella rètina dell’osservatore che in esse non percepisce la divisione cromatica dei fittissimi e sottili tratti distinti di pennello ma le figure intere di mucche, pecore, prati, uomini, donne, paesaggi, montagne.

In altre parole: l’artista scompone la materia rappresentata in migliaia di tratti di colore e il nostro occhio la ricompone. Tu chiamale, se vuoi, suggestioni.

È il nuovo, definitivo e innovativo linguaggio pittorico col quale poi, nell’ultimo decennio della sua vita, stabilitosi a Maloja sempre nei Grigioni svizzeri, l’ormai celebrato pittore è tornato al sentimento “bucolico” del suo periodo in Brianza, applicato ai paesaggi montani, dando vita a una sua personale interpretazione del rapporto universale tra Uomo e Natura e aprendosi alle visioni ideali di quello che lui stesso ha definito un “Simbolismo naturalistico”.

È il grande tema della spiritualità immanente nella Natura, nella quale Natura (la realtà delle cose) e Idea (il significato delle cose) si fondono in un linguaggio pittorico fatto di armonie di forme, di linee, di colori e di luci in quello che viene ritenuto uno dei massimi raggiungimenti del Simbolismo europeo.

Avviso ai naviganti: per quanto belle e perfette possano essere le riproduzioni fotografiche dei quadri divisionisti segantiniani, nel catalogo della mostra o nei libri d’arte, l’“effetto wow” lo si raggiunge solamente ammirandoli dal vivo.

Per questo la mostra “Giovanni Segantini” al Museo Civico di Bassano del Grappa, ulteriormente impreziosita dal felice allestimento di Mustafa Sabbagh, è un’operazione culturale di prim’ordine.

Perché restituisce all’artista di Arco la grandezza che ha goduto presso i suoi contemporanei e che merita di essere riconosciuta anche dal pubblico di oggi, grazie anche ad importanti indagini diagnostiche non invasive sulle sue opere e sui materiali da lui impiegati che hanno scandagliato i segreti della sua tecnica.

“La mostra che dedichiamo oggi a questo astro della pittura europea – scrive nel catalogo la direttrice dei Musei Civici Barbara Guidi – si inserisce nella tradizione dei Musei Civici di accogliere, all’interno della propria programmazione a vocazione nazionale e internazionale, rassegne che siano un’occasione di studio e di approfondimento di grandi capitoli della storia dell’arte.”

Un’occasione per ricostruire anche le “fratellanze artistiche di un convinto individualista”, come rileva un saggio del catalogo a firma di Monica Vinardi.

Ne emerge una aggiornata rilettura della figura di Segantini, solitamente dipinto (non con i pennelli) come un “genio solitario”: in realtà, una personalità molto meno legata al cliché dell’eremita di montagna e assai più inserita nel vivo del dibattito culturale ed artistico internazionale della sua epoca.

“La mostra – dichiara Mirella Carbone, direttrice artistica del Segantini Museum di St. Moritz – documenta per la prima volta in modo esaustivo i molteplici legami di Giovanni Segantini con le correnti artistiche europee contemporanee, così da sfatare il mito, purtroppo ancor oggi diffuso, del genio solitario nel suo eremo alpino.”

Per tutto il resto, parlano i suoi quadri.

La mostra di Bassano del Grappa offre dunque l’opportunità di riscoprire (ma, per la maggior parte di noi, di scoprire per la prima volta) l’arte eccelsa di questo apparente grande orso delle montagne che sapeva dividere lo spettro visivo dei suoi dipinti in infiniti filamenti di colore, perfettamente amalgamati nell’immagine d’insieme. Così, tutto d’un tratto.

Alessandro Tich

Giornalista professionista da più di 30 anni, sostiene che il buon giornalismo è come un buon vino: migliora col tempo. Dirige la redazione con una visione lucida e curiosa e si pone nei confronti dell’attualità con uno sguardo dichiaratamente irriverente. Crede in una informazione rigorosa ma mai gessata, curando sempre con precisione le parole che scrive e cercando di attirare l’attenzione sin dalle prime righe dei suoi articoli. Insomma: un umile cronista, come ama definirsi, e un leggendario titolista.