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La sindrome di Segantini

Ultimi giorni di apertura per la mostra di Segantini a Bassano, che ha già superato i 100mila visitatori: è assalto al Museo Civico. Considerazioni a ruota libera sul fenomeno collettivo del momento in città

Alessandro Tich Alessandro Tich
  • Feb 20, 2026

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Foto Alessandro Tich

Ore 10.30 circa di questa mattina, un normale venerdì di febbraio. Sto transitando per i fatti miei in piazza Garibaldi a Bassano e noto un frenetico movimento, tutto in direzione del Museo Civico. Gruppi di persone che uno di seguito all’altro e senza soluzione di continuità confluiscono verso il chiostro del Museo, che poi sarebbe il chiostro di San Francesco, per attendere in fila l’ingresso alla mostra di Giovanni Segantini che ha già superato la quota di 100mila visitatori.

È il popolo dei partecipanti last minute all’evento espositivo, dal momento che l’ultimo giorno di apertura della mostra è dopodomani, domenica 22 febbraio. Seguo il gregge per pura curiosità e mi accodo anch’io per un attimo all’assembramento in attesa del via libera alla visita della mostra. Scatto una foto della fila che si è formata che però non rende l’idea della situazione generale: sul lato opposto del chiostro, davanti al primo dei due ingressi del Museo, altrettante persone attendono infatti il semaforo verde. La gente non vede l’ora di entrare e avverto un clima di eccitazione generale, come nella mitologica scena di Fantozzi della proiezione della Corazzata Potemkin, mentre l’Italia sta vincendo sull’Inghilterra per 20-0, con gol segnato anche da Zoff, di testa, su calcio d’angolo. Questa volta però il gol-partita lo ha segnato il nostro Museo Civico, nella persona della direttrice e centravanti Barbara Guidi, novella emula di Gabriel Batistuta (lei è di Firenze) che su azione di contropiede orchestrata assieme al curatore Niccolò D’Agati, e su assist del Segantini Museum di St. Moritz e della Galleria Civica G. Segantini di Arco, ha messo in rete un pallone indimenticabile.

Certo, oltre ai suggestivi quadri del pittore trentino, elevatosi nell’ultima parte della sua breve vita a maestro della scomposizione della luce e del colore con la tecnica divisionista, gioca a favore dell’effetto wow agli occhi dei visitatori anche il felice allestimento della mostra, firmato da Mustafa Sabbagh. Ma bastano il contenuto artistico e il suo contenitore estetico a giustificare un così forte potere di attrazione in una città che rimane esclusa, occasioni eccezionali a parte, dai circuiti dei grandi flussi del turismo culturale nel Veneto? Non proprio.

Perché la mostra “Giovanni Segantini”, prima di tutto e più di tutto, è stata una grande operazione di marketing. Ha goduto di un battage pubblicitario senza precedenti, almeno a mia memoria negli ultimi vent’anni a Bassano, e il suo richiamo è stato oltremodo rilanciato e amplificato dai social che sono il primo canale di influenza sui comportamenti, e quindi anche sulla fruizione della cultura, dei nostri tempi. Decisivo, in termini di attrattività per il pubblico, è stato anche l’inserimento dell’evento espositivo nel programma culturale ufficiale collegato alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026: ne è conseguita una sorta di gara di Short Track alla bassanese, vero e proprio inseguimento verso il traguardo del biglietto da staccare.

Migliaia di visitatori hanno risposto “presente” a Bassano già nei primi giorni di apertura e tutto il resto è accaduto a catena, perché i numeri generano altri numeri, come insegna la cara e vecchia psicologia di massa. Non so quante persone abbiano varcato la soglia della mostra con la reale voglia di scoprire attraverso i dipinti il non semplice percorso dell’evoluzione artistica di Segantini, peraltro messo bene in luce dal pregevole catalogo, o solo per sentirsi partecipi di un fenomeno collettivo di successo. Fatto sta che l’esposizione segantiniana, al di là del suo primario scopo di approfondimento scientifico sul grande artista trentino, si è trasformata in un evento pop e come tale sarà ricordata.

Ora, per Bassano, è il momento di godersi il risultato. E lunedì prossimo, dopo la chiusura della mostra, attendiamo il comunicato stampa del Comune che parlerà di un trionfo. Ben sapendo però – o almeno lo ricordo io – che il successo è un’arma a doppio taglio: con un simile boom di pubblico, la mostra “Giovanni Segantini” sarà infatti la pietra di paragone con le future mostre che saranno organizzate al Museo Civico e che inevitabilmente dovranno sottoporsi all’inesorabile raffronto, in quanto a numero di visitatori, con tale straordinario precedente. Era già accaduto per la mostra di Jacopo Bassano del 1992 e per quella di Canova del 2003, termini di confronto per tutto quanto è arrivato dopo: sono i corsi e ricorsi della storia cittadina. Ma intanto, detto fra noi, che ci importa? Siamo riusciti in una Mission: Impossible. E cioè a trasformare un pittore del tardo ‘800, famoso ai suoi tempi ma non altrettanto in quelli attuali, in una rockstar.

Eh già: c’è la sindrome di Stendhal, c’è l’assai più problematica sindrome di Stoccolma e adesso abbiamo anche la sindrome di Segantini. La mostra bassanese sul maestro del Divisionismo sta per concludersi con un bilancio da raccontare ai nipotini davanti al caminetto, per la gioia e l’orgoglio dell’amministrazione comunale e di Barbara Guidi Batigol.

 

Alessandro Tich

Giornalista professionista da più di 30 anni, sostiene che il buon giornalismo è come un buon vino: migliora col tempo. Dirige la redazione con una visione lucida e curiosa e si pone nei confronti dell’attualità con uno sguardo dichiaratamente irriverente. Crede in una informazione rigorosa ma mai gessata, curando sempre con precisione le parole che scrive e cercando di attirare l’attenzione sin dalle prime righe dei suoi articoli. Insomma: un umile cronista, come ama definirsi, e un leggendario titolista.