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Caro NOrdio

Il ministro Carlo Nordio sull’esito del referendum: “Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico”. E invece è stato un voto primariamente politico

Alessandro Tich Alessandro Tich
  • Mar 24, 2026

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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio al pranzo di gala “Bassano in Bianco – La Prima” a Palazzo Bonaguro (foto Alessandro Tich)

“Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano”. Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, parlando dell’esito del referendum. Ma ha anche aggiunto: “Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico”. In altri termini, secondo il Guardasigilli quella della legge di riforma costituzionale dell’ordinamento della magistratura – che tra l’altro porta la sua firma, trattandosi della cosiddetta legge Meloni-Nordio – è stata una bocciatura nel merito e non rappresenta un giudizio popolare nei confronti del Governo.

Si tratta dello stesso ministro che pochi giorni fa, e cioè giovedì scorso 19 marzo, è intervenuto a Bassano del Grappa per la campagna referendaria a favore del Sì partecipando prima a una conferenza stampa allargata agli aficionados di Fratelli d’Italia e del centrodestra nel locale Sotto La Torre in piazza e successivamente, anche se per un tempo limitato, al pranzo di gala dell’Asparago “Bassano in Bianco – La Prima”, allestito a Palazzo Bonaguro. E in entrambe le occasioni Nordio aveva pubblicamente espresso la sua assoluta certezza della vittoria del Sì, bollando come “metafisica” l’ipotesi di un’eventuale vittoria del No. Mettendo anche le mani avanti sulle possibili conseguenze politiche di un teorico successo del fronte referendario opposto. “La vana speranza di dare una spallata o anche un indebolimento al Governo, al Parlamento e alla maggioranza con un esito negativo del referendum – aveva dichiarato il ministro in conferenza stampa – è niente più, appunto, che una vana speranza.”

Se si tratti solo di solo una vana speranza oppure di una concreta prospettiva, staremo a vedere. Ma siamo davvero certi che quello del referendum non sia stato un voto anche politico, se non primariamente politico?

Per dare una risposta non devo fare chissà quali sforzi di analisi: basta ripetere quello che ho già dichiarato giorni fa, e quindi prima del voto, in un mio video-editoriale su iMi TV. Ho sostenuto infatti, e sostengo ancora convintamente, che le questioni di merito della riforma costituzionale sull’ordinamento della magistratura – impropriamente indicata come “riforma della giustizia” – sono sfuggite alla maggior parte dell’elettorato. Per il semplice fatto che non incidono sugli interessi diretti della maggior parte della popolazione. Cosa cambia infatti nella nostra vita quotidiana se abbiamo i magistrati con carriere separate (giudici da una parte e pubblici ministeri dall’altra) e di conseguenza due distinti Consigli Superiori della Magistratura invece che uno, coi due terzi dei rispettivi membri, e cioè i membri togati, nominati per sorteggio secco e non più eletti dai loro colleghi? Assolutamente nulla. E quanto ci può cambiare la giornata il fatto che con la riforma i due nuovi CSM sarebbero stati privati della funzione disciplinare nei confronti dei magistrati, già attribuita dalla Costituzione all’attuale CSM unico, istituendo allo scopo un terzo nuovo carrozzone e cioè l’Alta Corte Disciplinare? Men che meno.

Eppure l’interesse per il voto del referendum era palpabile e l’affluenza attestata quasi al 60% sul piano nazionale ne rappresenta la conferma. E questo perché – soprattutto per merito del fronte del No che è stato molto più bravo ad alzare la voce – la “narrazione” referendaria si è trasformata in una guerra di valori sul Sì o sul No a più alto livello: non sull’oggetto del quesito da votare bensì sull’opportunità politica di cambiare la Costituzione.

Premetto che la Costituzione Italiana, che è la carta fondativa del nostro sistema democratico, non è un testo intoccabile e può essere modificato. Lo prevede la Costituzione stessa, all’articolo 138, quello che disciplina l’iter delle leggi di revisione costituzionale e al quale vi rimando per gli ulteriori dettagli. Una di queste è stata appunto la legge di riforma costituzionale Meloni-Nordio “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, sottoposta poi a referendum popolare come previsto dall’art. 138 medesimo.

Il fatto è che per rimettere ordine all’ordine dei magistrati sono stati revisionati, con aggiunte e modifiche, ben 7 articoli della Costituzione. Necessari allo scopo, per i sostenitori del Sì. Troppi in un colpo solo, per i sostenitori del No. Ne è scaturito un dibattito sui massimi sistemi che è stato polarizzato dagli opposti schieramenti scatenando le rispettive tifoserie sui media e sui social e favorendo la tendenza al voto di pancia, di principio e per partito preso a prescindere, che è ben diverso dal voto di testa ma è comunque un voto. E da qui ad essere pro o contro il Governo, con la scusa di votare sul destino dei magistrati che è quanto di più lontano dagli interessi dell’elettore medio, il passo è stato breve.

E allora, caro NOrdio: non è vero che il voto del referendum non ha avuto un significato politico. È stato politico, eccome: perché è stata bocciata una legge di riforma costituzionale del Governo e il Governo e la sua maggioranza in questa partita ci hanno messo apertamente la faccia, scommettendo sul consenso dei cittadini nei propri riguardi prima ancora che sul nuovo ordinamento della magistratura. Punto e basta. Quel Governo Meloni che almeno per questa volta, bruciato dalla sconfitta, dovrebbe fare un bagno di umiltà. E anzi dirò di più. È stato un voto politico esercitato nel modo più nobile e più assoluto, citato dal ministro stesso nella sua dichiarazione e sancito sempre dalla Costituzione, al fondamentale articolo 1: si chiama sovranità e appartiene al popolo.

Alessandro Tich

Giornalista professionista da più di 30 anni, sostiene che il buon giornalismo è come un buon vino: migliora col tempo. Dirige la redazione con una visione lucida e curiosa e si pone nei confronti dell’attualità con uno sguardo dichiaratamente irriverente. Crede in una informazione rigorosa ma mai gessata, curando sempre con precisione le parole che scrive e cercando di attirare l’attenzione sin dalle prime righe dei suoi articoli. Insomma: un umile cronista, come ama definirsi, e un leggendario titolista.